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L’immagine “ferma” nello sport e la macchina del tempo

L’immagine. Il racconto sportivo è ricco di rappresentazioni sotto forma di immagine. La rubrica che ha avuto inizio su Globe due mesi fa e battezzata in questo articolo, tratta proprio di questo. L’immagine e i mille aspetti di un tema molto vasto.

Un campo molto vasto

Il campo è così vasto da costringermi a stringere su una piccola riflessione tra amici, non sono una storica, né un’esperta d’arte, ma ho la fortuna di essere molto esposta al contatto con vari tipi di pubblico sportivo e non per tirare qualche somma su come il gesto atletico entri nelle menti e nei ricordi.

Il racconto sportivo “mono-immagine” avrebbe dovuto scomparire con la grande disponibilità di immagini gratuite in movimento, invece i dipinti e le foto di sport (per mono-immagine intendo questi due tipi) restano in cima alle preferenze.

La macchina del tempo sportivo

Piacciono molto i giochi con il tempo, lo sportivo contemporaneo dipinto con tempere tipo impressionisti, o lo sportivo del secolo scorso “messo in movimento” con tecniche contemporanee. Ieri leggevo Topolino, e notavo che la macchina del tempo è un meccanismo di narrazione che non scade mai. Il gioco del tempo di queste righe in fondo è questo, un mezzo veloce tra le epoche. Ogni volta che a Sportitalia usavamo questo modo avevamo una bellissima risposta del pubblico, forse adesso che si trova tutto in rete funzionerebbe meno.

Ogni quadro per quello che è

Il dipinto di Willi Baumeister nel 1925, di una donna che corre

Che banale questa frase, suona quasi come uno dei clichè che combatto dalla mattina alla sera, ma è vero il contrario, e passo agli esempi. L’artista tedesco Willi Baumeister nel 1925 ha dipinto questa donna che corre. Devo mettermi a dire che è bella, che mi piace tanto ed è dipinta benissimo? No, lascio ad altri, ma devo “usare” questo quadro per vedere che già in quell’anno la donna sportiva veniva vista bene da una certa élite tedesca. Mi spingo con innocenza a pensare che questo possa perfino fare bene ai molti compatrioti che proprio non riescono a vedere il lato umano o umanista dei tedeschi. Sì, sono una illusa.

“Dinamismo di un footballer” . Astratto di Umberto Boccioni del 1913

E Umberto Boccioni, nel 1913, con “Dinamismo di un footballer” mi racconta che… non capisco niente di pittura astratta. Bene anche così, no? Io mai ritroverei una scena di calcio qui dentro. Però vengo a sapere che per i futuristi lo sport era comunque tentativo, velocità, coraggio e avanguardia.

La verità “scarsa”

Il quadro singolo non racconta la verità atletica né di contesto sportivo, non è una testimonianza fredda e reale, e non deve nemmeno esserlo. Spesso viceversa isola un “fotogramma” selezionato per migliorare o abbellire un aspetto, o per ridicolizzarlo se ci spostiamo nel vasto campo della caricatura. In buona sostanza si può dire che il quadro ci racconta come il gesto o l’atleta volevano essere permanentemente visti o ricordati, affascinante ma tutto diverso, la stessa differenza tra la foto in posa e quella presa al volo durante un allenamento senza il permesso di chi si sta allenando. E attenzione, non ho detto che il quadro racconti bugie, casomai verità temporanee. Tutta una scusa per inserire uno dei miei quadri preferiti e parlare della mia pittrice preferita.

Jane, la mia preferita

Colori e bellezza in “White Wickets” della pittrice Jane Kellahan

Non tutte le partite o i campi di cricket hanno i colori e la bellezza di “White Wickets” di Jane Kellahan, la pittrice neozelandese che resta saldamente in testa alla mia classifica, anzi, quei colori rischiano di non esistere proprio. Mi piace l’uso dei bianchi, il castelletto (wicket) da abbattere con la palla e la mazza (bat) sono vicini al loro colore reale, e risaltano al centro, tutto il resto serve da contesto, bloccato e idealizzato.

Sport extra sport

Ron Wood come immagina Jagger e Richards i boss degli Stones

Il gesto atletico esce dallo sport. Nel mio libro ho raccontato l’importanza dei Rolling Stones nell’immagine del corpo. I primi a correre, i primi a suonare smanicati, i primi a “tirare” gli accordi con tutta la spalla, insomma a mostrare i muscoli. Per adesso in Italia si ottengono solo derisioni, ma la storia e le immagini sono fissate. Ron Wood, il chitarrista, ha un processo strano. È stato un fan degli Stones e ne è diventato parte nel 1976. I suoi quadri hanno spesso “i Boss” Jagger&Richards come soggetto: essendo il meno “fisico” del gruppo è molto colpito dalla muscolarità dei due mostri. In questi due quadri si nota benissimo. Li esagera, li sottolinea, quasi come un Fauve post-impressionista.

Se adesso si richiede alle rockstar una forte efficienza motoria parte tutto da lì, colpa loro. Questo esempio (altra ottima scusa per parlare dei miei quadri preferiti) racconta anche come l’evoluzione dell’immagine, della pretesa che abbiamo quando guardiamo un personaggio pubblico, viaggi nel subconscio. Guardiamo, ammiriamo, critichiamo, ma quando qualcuno ci spiega il vero meccanismo diciamo (se siamo persone umili) “è vero, non ci avevo pensato”.