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L’estinzione di una specie “forse” non è irreversibile

Normalmente consideriamo l’estinzione di una specie irreversibile.

E’ come se un prezioso mosaico perdesse uno o più tasselli.

Nell’insieme forse non ce ne accorgiamo, ma guardando in dettaglio, il danno diventa evidente.

A differenza del mosaico, però, la Natura non può essere “riparata” e la perdita è quindi ancor più catastrofica.

Tuttavia, grazie alla scienza, oggi quest’affermazione perde parte del suo valore assoluto.

Veniamo ai fatti

Si chiamava, in hawaiano, hau kuahiwi (ibisco di montagna), per la scienza Hibiscadelphus Wilderianus, dal nome del suo scopritore Gerrit Wilder che lo aveva classificato nel 1910.

I motivi che hanno portato all’estinzione l’ibisco di montagna sono svariati: un po’ naturali un po’ (tanto) causati dall’uomo.

Wilder riuscì a prelevare l’ultimo fiore. La pianta morì di lì a breve poiché già gravemente compromessa ben prima dell’arrivo dello scienziato.

Bisogna attendere sino al 2014, precisamente a Roma nel corso della fiera annuale dell’International Federation of  Esseitial Olils and Aroma Trade dove Jason Kelly, CEO della Ginkgo Bioworks, azienda di Boston specializzata nella creazione di essenze ad altissima componente bioingegneristica, era andato per tentare di concludere qualche vantaggioso contratto.

Nel campo degli olii essenziali e degli aromi circolano, infatti, cifre da capogiro.

Kelly parlò con dirigenti di società potenzialmente clienti e maturò l’idea di ricostituire i principi di piante estinte per poter offrire profumi e aromi perduti.

Lo staff della Ginkgo cercò dapprima di trovarli in un fiore glaciale contenuto nel permafrost Artico, ma l’idea presentava altissimi rischi in quanto sequenziare i geni del fiore che  sintetizzano e caratterizzano il profumo ed inserirli in  un “lievito” “moderno” per “istruirne” le cellule a produrre le molecole dell’aroma, non dava sufficienti garanzie di successo.

L’azienda non poteva certo permettersi di elargire a vuoto investimenti così onerosi: erano in un vicolo cieco e occorreva urgentemente un “piano B”.

Il “piano B”

L’idea di estrarre DNA dai campioni di piante e animali conservati nei musei arrivò attraverso un articolo sulla “museomica contenuto nel Biological Journal of the Linnean Society.

Gli erbari dell’Haward  University accettarono di fornire il materiale biologico, non senza le opposizioni di chi vedeva malvolentieri i preziosi (e unici) campioni dissezionati da “estranei”.

L’accordo finale prevedeva la condivisione dei risultati ottenuti Ginkgo con chiunque ne fosse interessato e la possibilità di prelevare campioni delle dimensioni massime di un’unghia di un dito mignolo in parti non significative del “pezzo” originario.

La ricerca ha così avuto inizio e il caso ha voluto che venisse trovato l’ibisco di montagna.

Tuttavia anche con un campione, il percorso era ancora lungo poiché, senza entrare in dettagli particolarmente ostici, gli scienziati, pur avendo i “pezzi del modello”, mancavano delle necessarie “istruzioni” per assemblarlo nella giusta sequenza.

L’evoluzione è però venuta in soccorso fornendo suggerimenti grazie a piante viventi imparentate con l’ibisco.

Alla fine

Alla fine i lieviti della Ginkgo hanno prodotto undici sesquiterpeni derivati da quell’ibisco di montagna il cui fiore aveva rilasciato la sua ultima fragranza nel 1912 consentendoci di apprezzare nuovamente un aspetto della natura che fu.    

Questa storia non avrà forse la carica emotiva che può trasmettere il resoconto di una battaglia, una storia d’amore o un film d’avventura, ma rappresenta, per conoscenza, mezzi, tecniche impiegate, un vero miracolo che schiude ai nostri occhi orizzonti del tutto nuovi e immensamente promettenti.