L’eredità del pensiero complesso di Edgar Morin
Addio al pensatore che ha insegnato a vivere e a comprendere la complessità
Il pensiero complesso di Edgar Morin

Lo scorso 29 maggio, all’età di centoquattro anni (qui avevamo celebrato i “suoi primi 100 anni), se ne è andato il grande filosofo e sociologo francese Edgar Morin, cui la scuola non solo di oggi, ma del tempo che verrà, deve e dovrà molto. Morin è stato il teorico del pensiero complesso, inteso come rinuncia alla seduzione della semplificazione che porta al “sapere anonimo e cieco” delle apparenze, delle convenzioni e dei pregiudizi, per far prevalere il valore dell’interconnessione delle conoscenze e la multidimensionalità dei fenomeni.
Scuola, lavoro e competenze nella visione di Morin
Valga come esempio la secolare visione unilaterale e riduttiva della separatezza tra pensiero scientifico e umanistico, che ha deprivato il bagaglio culturale di tante generazioni e danneggiato l’approccio al mercato del lavoro, che sempre di più richiede invece che la scuola promuova saperi interdisciplinari, conoscenze tecniche e tecnologiche non disgiunte dalla capacità relazionale e dall’intelligenza emotiva: quelle competenze che rendono capaci di usare le diverse conoscenze e abilità per affrontare e risolvere situazioni eterogenee e composite.
Come nella vita reale, che non è compartimentata in materie di studio, ma deve essere affrontata e compresa nella sua complessità. E infatti Morin indicava come fondamentale obiettivo educativo l’“insegnare a vivere”, ad affrontare le sfide del presente, senza soccombere di fronte alle incertezze, ai rischi, al senso di precarietà che contraddistingue il nostro tempo.
A novantaquattro anni il sociologo francese ha scritto il saggio dedicato proprio alla necessità di “cambiare l’educazione” per “insegnare a vivere”. Richiamando la celebre frase di Rousseau, a proposito di Emilio, l’allievo protagonista dell’omonimo romanzo – “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli” – vengono individuati come traguardi educativi più importanti lo sviluppo delle potenzialità di ciascun alunno e il rafforzamento della relazione con gli altri.
Il pensiero di Edgar Morin si concentra, quindi, sulla riforma dell’educazione per insegnare a vivere, non solo a conoscere, incrementando la reciprocità della comprensione umana per formare individui capaci di agire nel mondo complesso e interconnesso di oggi.

Complessità, responsabilità e misura del superfluo
È una visione che richiama anche la necessità di educare alla rinuncia o, perlomeno, al ridimensionamento del consumo di oggetti futili e superflui per tornare a ciò che davvero conta nella vita, perché “a forza di sacrificare l’essenziale per l’urgente, si dimentica l’urgenza dell’essenziale”. È un monito che dovremmo ricordare nella vita di tutti i giorni, quando gli impegni e le scadenze ci costringono a rincorrere affannosamente adempimenti che non solo assorbono ogni energia, ma ci distolgono dalla vera priorità, che non dovrebbe essere derogabile: la cura del benessere personale e del rapporto con chi ci circonda.
Accoglienza, complessità e scuola multiculturale
Penso spesso alla lezione di Morin sul valore della complessità, soprattutto quando, come dirigente scolastica di una scuola orgogliosamente multiculturale, definisco complessa, non complicata, l’accoglienza di tanti alunni e studenti con background immigratorio, perché, secondo il significato etimologico dell’aggettivo complexus, è una complessità riconducibile all’intreccio e all’abbraccio, non a una situazione problematica. E proprio grazie a questa complessità, che diventa ricchezza relazionale, il sistema scuola si apre all’accoglienza di tutte le diversità di cui ciascun essere umano è portatore.

Dirigente Scolastico


