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Leopardi. Il passato oltre il tempo si riflette sull’attualità

Passato e presente oltre il tempo – Foto 95 C

Leopardi, il sommo poeta sempre, anche al di là del tempo. Una nuova ripartenza, era un articolo pubblicato in aprile. A volte per ripartire, però è necessario confrontarsi con il passato e riflettere.

Leopardi

Recanati, forse luglio 1820. Duecento anni fa Giacomo Leopardi componeva uno degli Idilli più struggenti, “La sera del dì di festa”, che chiude – il Poeta mi perdonerà la metafora prosaica – il suo difficile “fine settimana”. Dall’attesa gioiosa de “Il sabato del villaggio” all’inesorabile delusione di un “dì festivo” passato inutilmente. La cornice in cui si consuma l’angoscia del grande Recanatese è uno dei consueti notturni che fanno da sfondo a molti suoi componimenti. Una notte mite, tranquilla, senza vento, placidamente ignara delle sue aspettative e dei sogni infranti. È la stessa indifferenza della donna amata, il cui “agevol sonno” assume la fisionomia dell’ineluttabilità del tempo che, trascorrendo, corrode ogni cosa, perché “tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”.

L’inquietudine di Leopardi

L’inquietudine di Leopardi supera i secoli fino ad incontrare, intatta, il nostro disincanto, specialmente nella complessità dei mesi e dei giorni che stiamo vivendo. È sorprendente la capacità del Poeta di parlare ancora a ciascuno di noi, così attuale nella dolorosa consapevolezza che, dopo l’innamoramento verso una realtà globale e un mondo che sembrava sempre più a portata di mano, sia diventato necessario restringere il campo, ridurre la scena, far prevalere la prudenza sulla sfida, il perimetro domestico sull’infinito.

Poesia sempre contemporanea

In realtà la poesia leopardiana è sempre stata contemporanea ad ogni tempo, sin dalla stesura dei versi, ancora nel solco della tradizione, come dimostra la stessa prevalenza dei romantici paesaggi notturni, ma capaci di accogliere contenuti decisamente innovativi.

“Intanto io chieggo quanto a viver mi resti e qui per terra mi getto e grido e fremo”. Una scena dura, cupa, che neanche il raggio lunare può rischiarare. Non siamo di fronte ad una poesia rarefatta, filosofica, cosmica, bensì rigata da lacrime vere, sensoriale: dalla dolcezza della notte alla sensibilità acustica di chi, in veglia e privo del ristoro del riposo, cerca di trovare un effimero sollievo nell’ascolto di un canto solitario, “lontanando morire a poco a poco”.

Quante volte, nella forzata chiusura domestica dei mesi scorsi, siamo riusciti a sentire voci e suoni da case lontane, in un assurdo silenzio e nell’aria sospesa dell’attesa di una liberazione, di un segnale, di una speranza!

La sera del dì di festa

Sono trascorsi due secoli da “La sera del dì di festa”, probabilmente la ricorrenza di San Vito, il Patrono di Recanati, che si celebra il quindici giugno, e che Giacomo Leopardi ha immortalato cantando la caducità e la vanità delle cose umane, grazie ad una natura che lo “fece all’affanno”, ma gli regalò il privilegio di una sensibilità “visionaria” che avvertì fin da bambino.

Nella “sera” dei nostri giorni, nei quali stiamo lentamente riemergendo dalle disillusioni cercando di salvare ciò che davvero conta dopo il naufragio di tante certezze, nella consapevolezza di dover reimpostare la nostra vita ridefinendo spazi e rapporti. Giacomo Leopardi può ancora farci sentire la sua voce. È la voce, provata ma non doma, di chi non si rassegna agli eventi, a una Natura delle cose spesso beffarda ed insensibile, come testimoniano le domande retoriche che invocano la gloria del tempo passato.

Una carica eversiva

Non è solo la voce del Cantore del dolore: è il Poeta “titano” che si ribella contro l’infelicità con una carica eversiva, vitale, che giunge fino a noi e sprona a combattere, sino alla fine, come l’umile ginestra che accompagnerà il Poeta negli ultimi versi, destinata forse a soccombere sotto la lava del Vesuvio, ma fino ad allora non “codardamente” piegata né eretta “con forsennato orgoglio”, ma saggia e consapevole dell’unicità e dei limiti della sua esistenza.