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Le pietre d’inciampo: siamo nati e abbiamo un nome

Pietre d'inciampo: pietre
Stolpersteine – Pietre d’inciampo (by quinet CC BY 2.0.)

Le pietre d’inciampo: segnaletica urbana della memoria

Mercoledì 10 gennaio u.s., nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova, si è svolto l’incontro, promosso dal Comune con il supporto organizzativo dall’Ufficio Scolastico Regionale che ha curato la partecipazione degli studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti e delle scuole secondarie, con l’Artista Gunter Demnig, l’inventore delle Pietre d’Inciampo, le piccole targhe rivestite in ottone, incastonate nel selciato urbano cittadino, all’ingresso delle case abitate dalle Vittime dell’Olocausto, ricordate ogni anno nel Giorno della Memoria, il 27 gennaio.

Sono le stolpersteine, sulle quali siamo tutti chiamati a far inciampare il nostro cammino di cittadini di un Paese libero e democratico, per non dimenticare quanto accadde in quei luoghi.

Gunter Demnig

Demnig cominciò a dedicarsi all’installazione delle Pietre d’Inciampo dopo un episodio di negazionismo avvenuto a Colonia nel 1990, quando un cittadino mise in discussione la veridicità della deportazione di mille sinti nel 1940. Da allora l’iniziativa superò i confini tedeschi e si diffuse pavimentando le strade di molti Paesi europei, dove un semplice sampietrino restituisce il nome, l’identità e simbolicamente la propria abitazione ai deportati, spesso senza neanche una tomba.

Ma non solo.

La scelta dell’Artista di immortalare per sempre i nomi di tutte le vittime strappate alle proprie abitazioni e private dei dati anagrafici, ha assunto un significato che, se possibile, supera il valore inestimabile della memoria storica e civica per favorire una riflessione, dedicata soprattutto alle generazioni più giovani, sull’importanza della tutela dell’identità, che il diritto al nome contribuisce ad affermare in modo determinante. Su ogni Pietra d’Inciampo, infatti, sono incisi il nome, l’anno di nascita della persona deportata, la data e il luogo dove è avvenuto l’arresto e, se noto, anche il giorno della morte, restituendo, così, l’identità personale a coloro che la spietatezza del regime nazista ridusse a soli numeri.

I nomi

Noi non “ci chiamiamo”, “ci chiamano” gli altri, sia nel senso dell’assegnazione del nome, che non scegliamo, sia nel corso della vita. Eppure sono proprio i nomi che ci distinguono e veicolano la nostra esistenza sociale fin dalla nascita. In passato i nomi si tramandavano attraverso le generazioni, a garanzia di una continuità che rappresentava affetti ma anche senso d’appartenenza famigliare e diritti. Gli antichi, individuando una corrispondenza tra la cosa e la parola che la designava, sceglievano per i figli nomi beneauguranti e il proverbio latino “nomen omen” sottolinea la coerenza del nome con la sorte di chi lo portava.

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Nel passato più remoto, come testimoniamo le pagine del Nuovo Testamento, l’imposizione del nome coincideva con l’avvio di una missione: la più alta, quella del Figlio di Maria di Nazareth, il cui nome in ebraico vuol dire “Il Signore salva”. Nome “imposto” nell’Annunciazione.

Oggi i neo genitori si sottraggono spesso ad ogni consuetudine, tuttavia la scelta del nome dei neonati è sempre affrontata come un momento decisamente significativo, nella consapevolezza del valore identitario, che sarà conservato per tutta la vita.

Il nome, infatti, non esprime soltanto una funzione, ma costituisce un diritto, sancito dagli articoli sette e otto della Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia, approvata il 20 novembre 1989. Un diritto purtroppo violato crudelmente nei confronti delle Vittime dell’Olocausto.

Sono nata e ho un nome

Io sono nata con un nome, Liliana Segre. Oggi ho di nuovo un nome. Ma un tempo mi è stato tolto. E a tanti come me fu tolto. Diventammo un numero. Non eravamo più quelli con un nome: come numero ci chiamavano all’appello, come numero ci mandavano a lavorare, come numero ci davano la zuppa, come numero ci mandavano a morire”: sono le parole della Senatrice a vita, Testimone vivente dell’orrore del campo di concentramento di Auschwitz e deportata il 30 gennaio 1944 dal noto binario 21 della stazione di Milano Centrale.

Nei nostri giorni, nei quali la difesa da parte di tutti, della Pace, che garantisce la tutela dei diritti insopprimibili per ciascuno, è un “esercizio di realismo”, come ha magistralmente affermato il Presidente della Repubblica in occasione del Discordo di fine anno, è fondamentale che anche i più giovani inciampino nelle Pietre che restituiscono il nome, la casa, la dignità – beni che non possiamo mai dare per scontati – alle Vittime della persecuzione politica e razziale, affinché davvero non si ripeta mai più.

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