Laura Pausini. La voce e l’inno
Identità e istituzione, ma l’arte non chiede il permesso
L’interpretazione alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026

Ogni grande evento porta con sé una promessa: unire. Eppure, puntualmente, nel momento stesso in cui la scena si accende, affiora il bisogno di dividere. È accaduto anche durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, quando Laura Pausini ha interpretato Il Canto degli Italiani.
Un’esecuzione che ha suscitato reazioni forti, talvolta sproporzionate. C’è chi ha parlato di un’interpretazione “troppo personale”, chi ha evocato una lettura quasi cinematografica, chi ha confuso lo stile con una mancanza di rispetto. Ma il punto, forse, è un altro: cosa chiediamo davvero a un’artista quando la chiamiamo a rappresentare un Paese? Pretendiamo che rinunci alla propria identità? Che si trasformi in un coro? Che azzeri la sua voce per aderire a un modello neutro, indistinto, impersonale?
Laura Pausini non è una cantante che sperimenta per capriccio. È una delle poche artiste italiane ad aver attraversato con continuità un mercato globale, portando la lingua, la sensibilità e la musica italiana nel mondo. La sua presenza su un palco olimpico non è casuale, né improvvisata. È il frutto di un percorso, di una credibilità internazionale, di un riconoscimento istituzionale.
Il confronto tra tradizione e libertà espressiva
Pensare che un’interpretazione di questo tipo possa avvenire senza un protocollo condiviso, senza un quadro di regole e autorizzazioni, significa non conoscere il funzionamento di eventi di tale portata. Non a caso, nella stessa esecuzione, il coro ha restituito l’inno nella sua forma più tradizionale. La struttura era chiara: tradizione e interpretazione che convivono, senza escludersi.
Nella stessa sera della cerimonia di apertura, Mariah Carey ha omaggiato l’Italia con Nel blu dipinto di blu, scegliendo un approccio opposto: misurato, cautamente personale. Due scelte diverse, due linguaggi differenti, due artiste di statura internazionale. Nessuna gerarchia. Nessuna colpa. Eppure, solo una delle due è stata messa sotto processo. Curiosamente, a difendere Laura Pausini sono arrivate voci autorevoli da fuori dai nostri confini, segno che spesso il valore di ciò che esportiamo viene riconosciuto prima all’estero che in casa nostra.
Anche Morgan ha espresso una riflessione critica sul piano musicale, parlando di metrica e variazione, ma lo ha fatto con competenza e rispetto, ribadendo la professionalità dell’artista. È questa la differenza sostanziale: il confronto arricchisce, l’attacco svuota. Durante quella cerimonia erano presenti le massime istituzioni dello Stato. Davvero vogliamo sostenere che l’Italia sia stata “disonorata”? O non è più onesto riconoscere che fatichiamo, ancora oggi, ad accettare che il successo internazionale di un’artista italiana passi anche attraverso la sua libertà espressiva? Laura Pausini non ha cambiato le parole dell’inno. Non ne ha tradito il significato. Ha portato la sua voce, il suo stile, la sua storia. E in un evento globale, la voce di un Paese non è mai una sola. La musica, come lo sport, nasce per unire. Quando diventa terreno di scontro, il problema non è l’interpretazione. È lo sguardo di chi ascolta.

attore, speaker e Cultural Writer


