L’astrattismo dinamico e la geometria inquieta di Adalberto Sessa

L’Arte contemporanea e creativa
Adalberto Sessa (Milano, 1954) è un pittore milanese capace di attraversare il passaggio dall’analogico al digitale, trasformando l’astrattismo geometrico in flussi visivi in movimento. Dalla formazione a Brera e dalle sperimentazioni fotografiche e in Super8 approda, dagli anni Novanta, alla Computer Art e a una videoarte psichedelica e immersiva, riconosciuta in festival e spazi internazionali. Nel 2019 chiude la stagione del video e, dal 2020, torna alla pittura acrilica su cartoncino, riproponendo il concetto di multiplo e di movimento mentale attraverso composizioni colorate vicine all’Arte Concreta e all’Optical Art.


Dopo un lungo periodo passato tra fotografia e pittura, tra il ’99 e il 2000 si tuffa nella video art. Passare dalla tela al software è stato liberatorio o ha dovuto imparare a combattere con la perfezione fredda delle macchine?
Concordo con lei sul fatto che la (all’epoca) nuova tecnologia avesse un carattere “freddo”; che dettasse le sue leggi, insomma: ma ero curioso e deciso a impararle. Non è stato facile e ha richiesto molta fatica e dedizione. Tuttavia questo processo si sposa bene, come dire, con il mio carattere e con la mia attitudine alla pratica artistica paziente e costante. La soddisfazione più grande, però, è giunta appena ho potuto constatare nuovi effettivi risultati realizzati.
I suoi video sono dei veri trip: colori pazzeschi, ritmi serrati, musica che sembra impastata con le immagini. Voleva davvero “ipnotizzare” chi guardava o cercava solo di creare un mondo in cui far sparire lo schermo?
Né l’una né l’altra cosa, mi permetto. L’effetto “ipnotico” è semmai un effetto di “straniamento”, insito nelle mie immagini e potenziato dalla loro combinazione con la musica che scelgo. Non intende annullare lo schermo e fare immergere lo spettatore nell’immagine per condurlo lungo un viaggio, ma attivare coscientemente la sua percezione dei media aumentandola.
Nel 2019 dice basta ai video. Nel 2020 torna al pennello, con l’acrilico e il cartoncino ruvido. Dopo vent’anni di video art cos’è che le mancava davvero? Il profumo del colore o la fatica della mano?
Il mio ritorno alla pittura non è stato un afflato di nostalgia verso qualcosa di perduto, assente o mancante. Al contrario, è stata un’esigenza necessaria per poter proseguire un percorso di ricerca artistica, dato che sentivo esausta la mia esperienza con il video; come se, dopo una scalata, avessi proseguito il cammino verso un’altra montagna.
Nel mondo attuale cosa vuol dire per lei difendere ancora il “rigore dell’astrazione”?
Non mi sento un difensore strenuo dell’astrazione rigorosa e geometrica, ovvero qualcosa che può apparire appartenente a un distinto periodo del Novecento. Fintantoché, a ben guardare, ciò che faccio ha talvolta esiti più “organici” e persino non lontani dalla figurazione. Questo perché quello che difendo è in sostanza un metodo – non uno stile – basato sulla ripetizione e sullo sviluppo dei multipli nella loro temporalità, il quale anima il dominio della forma, scuotendola dalla purezza.

Curatrice, P.R., press officer, event planner nel mondo dell’arte e
della cultura


