Imma e Aitana López, il giorno in cui abbiamo iniziato a corteggiare il vuoto
La normalizzazione dell’artificiale
Ci sono mode stupide, e poi ci sono quelle che non sono più soltanto stupide, ma rivelatrici. Mode che non fanno semplicemente alzare gli occhi al cielo, ma spalancano una finestra su qualcosa di molto più profondo, e molto più triste, di una tendenza passeggera. Le influencer artificiali appartengono a questa seconda categoria. Non sono soltanto l’ennesima bizzarria digitale buona per riempire i feed, le conferenze sul marketing e i servizi in cui si finge di essere stupiti da ciò che in fondo si è già deciso di accettare. Sono il sintomo di un’epoca che ha smesso di cercare la verità del reale, perché il reale è faticoso, contraddittorio, imperfetto, mentre l’artificiale è più docile, più levigato, più vendibile.
Una ragazza artificiale, costruita al computer, senza corpo, senza infanzia, senza paura, senza odore, senza memoria, senza vergogna e senza anima, accumula milioni di follower. Fin qui qualcuno potrebbe anche liquidare il fenomeno come una semplice curiosità del nostro tempo malato di immagini. Il punto, però, non è il numero in sé. Il punto è ciò che quel numero racconta. Perché dietro quei milioni non ci sono soltanto utenti distratti che scorrono contenuti per inerzia. Ci sono persone che interagiscono, commentano, proiettano desiderio, familiarità, affetto, perfino una forma di investimento emotivo. E quando migliaia di uomini si mettono a fare la corte a un’entità che non esiste, quando le scrivono parole che un tempo si rivolgevano a una donna in carne e ossa, la questione smette di essere folkloristica e diventa antropologica.
La resa dell’umano alla macchina
Non è la macchina che fa paura. È l’essere umano che si adegua alla macchina. Ci siamo raccontati per anni che il rischio dell’intelligenza artificiale fosse quello di diventare troppo simile a noi. In realtà il passaggio più inquietante sembra un altro. Non è il software che si umanizza. È l’uomo che si svuota a sufficienza da poter investire emozione, desiderio e attenzione in qualcosa che non vive. E questo non perché sia impazzito, ma perché si è lentamente abituato a una vita relazionale sempre più mediata, sempre più filtrata, sempre più addomesticata.
L’influencer artificiale non pretende, non delude, non ti contraddice davvero, non invecchia, non si ammala, non cambia umore, non ingrassa, non attraversa una crisi, non ti ricorda che i corpi sono finiti e che l’amore, quando è reale, è scomodo. È il trionfo della relazione senza rischio. O meglio: della simulazione di relazione senza rischio.
Che poi è esattamente ciò che la nostra epoca adora. Abbiamo costruito un mondo in cui tutto deve essere immediato, levigato, consumabile e possibilmente reversibile. Le relazioni fanno paura perché comportano attrito. Le persone vere fanno paura perché esistono fuori dal nostro controllo. Hanno un passato che non conosciamo, una libertà che ci sfugge, una fragilità che ci chiama in causa. Una creatura artificiale, invece, è perfetta proprio perché non ci costringe a misurarci con niente di vivo. La si può desiderare senza essere visti. La si può seguire senza essere messi in crisi. La si può idealizzare senza doverne sopportare il peso umano. È un idolo senza realtà, e proprio per questo è il prodotto perfetto per una società che vuole emozioni pulite, asettiche, senza inconvenienti.
Il modello impossibile per una generazione fragile
Ma il punto non riguarda soltanto gli uomini soli che flirtano con un software, dettaglio già abbastanza desolante di per sé. Riguarda anche, e forse soprattutto, le ragazzine che iniziano a prenderle a modello. E qui il quadro si fa più amaro, perché entriamo in un territorio che non è più quello della stramberia social, ma quello della formazione del desiderio.
Una generazione di adolescenti cresce osservando figure artificiali progettate per apparire desiderabili, coerenti, cool, impeccabili, senza una piega, senza un inciampo, senza un vero rapporto con la materia. Non è semplicemente un’estetica irraggiungibile, come già accadeva con certe modelle ritoccate. È peggio. È un modello ontologicamente falso. Non si imita più una bellezza reale resa artificiale. Si imita direttamente una finzione nata come finzione, e presentata però con la grammatica della presenza.
È un salto enorme, e quasi nessuno sembra prenderlo sul serio. Perché il problema non è che i ragazzi siano ingenui. I ragazzi sono sempre stati influenzabili. Il problema è che gli adulti hanno smesso di presidiare il confine tra il vero e il falso, tra l’umano e il simulato, tra la persona e il prodotto. Un tempo l’educazione serviva anche a questo: a insegnare il peso delle cose, a distinguere un volto da una maschera, un’esperienza da una recita, un’idea da una posa.
Oggi invece abbiamo una società talmente stanca, talmente distratta e talmente affamata di novità da accogliere qualsiasi aberrazione digitale con il sorriso ebete di chi non vuole sembrare arretrato. Guai a dire che qualcosa è malato. Guai a usare parole come decadenza, impoverimento, regressione. Ti diranno che sei contro il progresso, che non capisci il presente, che hai paura del futuro. È la frase standard di ogni epoca che ha cominciato a perdere il senso del limite.
Il falso progresso e la fame di simulazioni
Ma il progresso non è automaticamente tutto ciò che arriva dopo. Questa è una delle menzogne più idiote del nostro tempo. Se domani inventassero un modo per sostituire completamente l’infanzia con un’esperienza virtuale guidata da avatar premurosi e cromaticamente perfetti, probabilmente qualcuno lo definirebbe nuovo paradigma educativo. E ci sarebbe anche chi applaudirebbe.
Il fatto che una cosa sia tecnologicamente possibile non significa che sia umanamente desiderabile. Questo dovrebbe essere il minimo sindacale dell’intelligenza adulta. E invece sembriamo averlo dimenticato.
Il vero nodo, in fondo, non è nemmeno tecnologico. È spirituale, se mi passi il termine. Abbiamo una fame disperata di simulazioni perché ci siamo impoveriti nel rapporto col reale. Non leggiamo più abbastanza, non pensiamo più abbastanza, non sostiamo abbastanza nelle cose. Tutto ci scivola addosso nella forma di contenuto.
E così anche una figura artificiale finisce per sembrarci plausibile, perché la plausibilità non dipende più dalla verità, ma dalla capacità di occupare uno schermo. Esiste ciò che compare. Conta ciò che circola. È reale ciò che ottiene attenzione. Il resto arretra, si scolora, si indebolisce.
Per questo, più che parlare di intelligenza artificiale, bisognerebbe parlare di anestesia artificiale. Queste figure non ci stanno solo abituando a nuovi strumenti. Ci stanno addestrando a un nuovo tipo di vuoto.
La mutazione del rapporto con l’umano
Un vuoto in cui il rapporto umano, troppo complesso e troppo vulnerabile, viene progressivamente sostituito da interazioni sterili ma gratificanti. Un vuoto in cui la fantasia non serve più a immaginare meglio il reale, ma a rimpiazzarlo. Un vuoto in cui le emozioni diventano riflessi condizionati e il desiderio si separa sempre più dal mondo concreto.
Quando un ragazzo preferisce flirtare con un’entità che non esiste, o una ragazza desidera assomigliare a un personaggio generato da un team creativo e da un software, non siamo davanti a una semplice degenerazione del gusto. Siamo davanti a una mutazione del rapporto con l’umano.
E allora forse il punto non è domandarsi fin dove arriverà l’intelligenza artificiale. La domanda più seria è un’altra: quanto ancora si ritrae l’essere umano prima di non riconoscersi più? Quanto ancora possiamo sostituire la presenza con la rappresentazione, il corpo con l’immagine, la relazione con il suo simulacro, prima che qualcosa si rompa in modo definitivo?
Perché il rischio non è di essere dominati da macchine intelligenti. Il rischio è di diventare noi abbastanza svuotati, abbastanza passivi, abbastanza semplificati da preferire la compagnia delle cose alla fatica delle persone.
Vorrei una società che tornasse a insegnare ai ragazzi il peso delle parole, la concretezza dei sentimenti, la differenza tra una faccia e un filtro, tra una presenza e una proiezione, tra un essere umano e un oggetto narrativo. Vorrei tornare a vedere bambini che leggono non perché devono produrre performance scolastica, ma perché nei libri si forma quella cosa invisibile e decisiva che è la struttura interiore. Vorrei ragazzi capaci di stare nel mondo senza scappare subito nella mediazione di uno schermo. Vorrei adulti un po’ meno compiaciuti del proprio cinismo e un po’ più vigili nel mettere paletti.
La civiltà senza paletti
Perché il punto è sempre quello. I paletti. Una civiltà che rinuncia a mettere paletti in nome dell’inclusività, della modernità o della libertà assoluta non diventa più aperta. Diventa solo più molle. E ciò che è molle, prima o poi, viene deformato da qualunque forza esterna abbia abbastanza pressione da imporsi.
Oggi quella pressione si chiama tecnologia, mercato, intrattenimento continuo, simulazione. Domani avrà un altro nome. Il problema resterà identico: una generazione lasciata sola dentro un luna park digitale che le offre tutto, tranne gli strumenti per capire cosa valga davvero la pena desiderare.
Forse è questo il punto più triste di tutta la faccenda. Non che esistano le influencer artificiali. Quello, in sé, è quasi inevitabile in un’epoca che può costruirle. Il punto triste è che ci sembrino normali. Che ci sembrino innocue. Che ci sembrino perfino affascinanti.
Quando una società smette di percepire come inquietante il fatto di sostituire il vivo con il simulato, vuol dire che ha già cominciato a consumare le proprie fondamenta.
E allora no, il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi umana. Il vero rischio è che gli esseri umani, un po’ alla volta, smettano di esserlo con sufficiente convinzione.
Imma

Influencer virtuale giapponese, nota per i capelli rosa e per campagne che mescolano CGI e ambienti reali. Il suo caso è interessante perché non punta al futuribile: punta a sembrare già normale. Imma non arriva dal futuro: il suo successo nasce proprio dal fatto che si presenta come se fosse già parte del paesaggio quotidiano.
Aitana López

Caso spagnolo più recente, presentato apertamente come AI influencer. È utile da citare perché mostra quanto il fenomeno non sia più un esperimento americano o giapponese, ma un formato ormai esportabile e replicabile. Aitana López, influencer artificiale spagnola: non più curiosità di laboratorio, ma format commerciale pronto per il mercato europeo.




