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“Il salotto letterario di Daniela” con Donatella Sasso

Intervista a Donatella Sasso, scrittrice e giornalista

Donatella Sasso

Donatella Sasso:Donatella
La scrittrice Donatella Sasso

Incontriamo Donatella Sasso, scrittrice e giornalista. Laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino, Donatella ha lavorato per molti anni come ricercatrice e coordinatrice culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Dal 2011 è giornalista pubblicista; ha scritto per «L’indice dei libri del mese», «Pagine ebraiche», «L’incontro», «Keshet», «Prometeo», «Most» e «East Journal».

È autrice di “Milena, la terribile ragazza di Praga”, Effatà Editrice, Cantalupa (Torino) 2014, del volume per bambini “Danuta a Oslo”, David and Matthaus, Pesaro Urbino 2015, recentemente tradotto in polacco; con Enrico Miletto di “Torino ’900. La città delle fabbriche”, Edizioni del Capricorno, Torino 2015 e “Torino città dell’automobile. Un secolo di industria dalle origini a oggi”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017 e “La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del Muro”, Edizioni del Capricorno, Torino 2020.

Dirige la collana storica “Latitudini – Mille e una Europa” di Golem Edizioni insieme ad Andrea Franco ed è attualmente redattrice della casa editrice Einaudi. Per Golem Edizioni ha pubblicato due romanzi Un’inconsueta felicità (2021) e Piazza della Vittoria(2023).

Ciao Donatella, grazie per aver accettato di partecipare al mio salotto letterario. Leggo nella tua biografia che hai esercitato la professione di ricercatrice e di coordinatrice culturale per molti anni dedicandoti soprattutto alla storia dell’Europa dell’Est. Come è nato questo tuo interesse? Di che cosa ti sei occupata?

Un altra bella immagine di Donatella Sasso

Grazie a te, Daniela. Non saprei dire con esattezza quando sia nato il mio interesse per quella fetta di Europa. Forse già da piccola, ascoltando i racconti dei miei zii che vivevano e lavoravano tra Polonia e Jugoslavia, forse vedendo i primi film o grazie ai primi viaggi, poi con lo studio della lingua ceca e con il lavoro di ricercatrice storica. Credo, però, che in definitiva, come quasi tutte le passioni, anche questa rimanga un po’ un mistero. Nel mio primo romanzo Un’inconsueta felicità ho persino inventato un neologismo per definire la vaga sensazione di interesse e curiosità verso l’Europa centro-orientale, di cui è affetto uno dei personaggi: fatitudine. Giocando con la parola fată, che in romeno significa ragazza, e con l’accezione italiana del termine, che rimanda alla fascinazione e all’incantesimo, ho cercato di dar forma a una sensazione, che pur non avendo una precisa definizione, ha molto peso nella mia vita quotidiana.

Sebbene la tua passione per la storia non sia venuta meno, penso per esempio alla tua pubblicazione nel 2020 per le Edizioni del Capricorno, ma anche alla cura della collana storica di Golem Edizioni, c’è comunque stato un cambiamento importante nella tua vita a livello professionale… giusto? Raccontaci: cosa ti ha spinto a cercare nuove strade e di cosa ti occupi concretamente oggi?

Dopo anni di lavoro in ambito storico ho sentito l’esigenza di un cambiamento e, con mia grande fortuna, fra le domande che ho inoltrato una è stata accolta da un’importate casa editrice con cui ho iniziato a collaborare. Attualmente mi occupo della redazione e dell’impaginazione di testi di saggistica sia italiani sia tradotti, in particolare dall’inglese e dal francese. Ho dovuto apprendere molte nuove competenze soprattutto in campo informatico e, data anche la mia età non più giovanissima, non è stato semplice. Ora però mi sento più sicura e sono molto felice di svolgere un lavoro che mi permette di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.

Scrivere è sempre stato il tuo sogno nel cassetto, fin da bambina? Da piccola eri una lettrice compulsiva? Vorremmo sapere: come e perché hai cominciato a scrivere?

Fin da piccola amavo sia la lettura sia la scrittura in modo viscerale. Ricordo, in particolare, due episodi della mia infanzia. Nel primo chiedo alla mia maestra di darmi qualche consiglio sui libri che potrei leggere; dopo qualche giorno lei mi consegna un foglio scritto a mano con tanti titoli e varie case editrici. Credo di averlo consumato: la gioia di scorrere quell’elenco era pari solo a stringere fra le mani i libri che mia mamma, dopo qualche insistenza, mi comprava sempre con grande piacere. Nel secondo ricordo sono in casa di una mia prozia insieme a mia nonna. Io faccio un po’ la buffoncella, invento uno spettacolo di canti e balli per loro, che a un certo punto mi fanno la domanda di rito: «Che cosa vorresti fare da grande?» E io, senza alcuna esitazione: «Voglio scrivere un libro!»

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Nel tuo primo romanzo, Un’inconsueta felicità, narri la storia di una ragazza che cambia città, lavoro e amicizie per sfuggire alle sue vecchie ferite. I ricordi dell’infanzia, raccontati nel tempo presente, sono vivissimi nell’intera narrazione. Ma la sua nuova vita, grazie anche alle persone che entrano a farne parte, la spingono a cambiare radicalmente, liberandola. Come ti è venuta l’idea di scrivere questo romanzo e quanto c’è di Donatella in questa storia?

C’è molto di me, anche se la vicenda narrata non ha nulla di autobiografico. I ricordi, invece, sono assolutamente i miei. E, come hai visto nella risposta alla domanda precedente, non solo per me l’infanzia ha ricoperto un ruolo importante, anche perché è stata molto felice, ma proprio per questo tendo sempre a riportarla alla mente e alle parole usando il presente. Poi la vita, come sempre accade, ha presentato il conto e a volte il confronto tra il passato sereno e il presente, con tutte le sue difficoltà, è stato piuttosto stridente. È quanto vive anche Stellina, la protagonista del romanzo, cercando però, attraverso incontri, sfide e un po’ di coraggio, di imporre una svolta alla sua vita.

Nel tuo ultimo libro racconti le vicende di un’immigrata che lascia il suo paese e la sua carriera per amore. Dopo un periodo di entusiasmo per la sua nuova vita, l’isolamento in cui si trova la fa cadere in depressione. Anche in questo romanzo la crescita della protagonista è accompagnata dall’aiuto altrui. È questa la tua esperienza personale? Come hai fatto a metterti nei panni e a capire le sofferenze di un’emigrata?

Ho avuto la fortuna di svolgere la mia prima esperienza lavorativa al Centro Interculturale, un ufficio della Città di Torino dedicato a favorire l’incontro fra vecchi e nuovi cittadini attraverso le varie espressioni della cultura. Io ho condotto per anni vari laboratori didattici per studenti di scuola superiore, raccontando tutto ciò che si cela dietro alle migrazioni, dagli aspetti legali ai sentimenti di spaesamento, dall’accoglienza al rifiuto, dalle speranze per il futuro alla nostalgia di casa. E ho anche avuto l’occasione di ascoltare molti migranti che mi hanno raccontato le loro storie. Spesso mi sono immedesimata e, negli anni, non ho dimenticato quanto mi hanno raccontato.

Che progetti hai per il futuro?

Al momento non ho in mente una nuova storia da raccontare, ma sicuramente la scrittura è nel mio prossimo futuro.

Ci lasci una citazione da uno dei tuoi libri preferiti? Giusto un assaggio!

Questa è forse la richiesta più difficile, ma la apprezzo molto! Sono tante le citazioni che mi accompagnano, un tempo le copiavo su diari e quaderni, oggi mi limito a fotografare i passi che mi colpiscono. Dovendo scegliere, vi lascio le parole con cui Salinger conclude Il giovane Holden: «Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentirete la mancanza di tutti». Ma noi continueremo a raccontare.

Grazie di cuore, Donatella.

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