Il Mondiale non è più la festa del calcio ma un prodotto premium
Non molto tempo fa, il Mondiale era una cosa semplice da capire. Non semplice da organizzare, certo, perché muovere squadre, tifosi, televisioni, sponsor, sicurezza, trasporti e milioni di persone non è mai stato un picnic con la tovaglia a quadretti. Però il concetto era chiaro: un Paese ospitava il mondo. Italia ’90 era in Italia. Francia ’98 era in Francia. Germania 2006 era in Germania. Persino USA ’94, con tutte le distanze americane e quella sensazione da calcio trapiantato dentro un supermercato gigantesco, aveva almeno una logica territoriale riconoscibile. Il tifoso andava lì, entrava in quel Paese, ne attraversava le città, ne assorbiva l’atmosfera, ne subiva i difetti e magari se ne innamorava pure un po’.
Il Mondiale aveva un odore, una geografia, una memoria precisa. Oggi invece sembra progettato da un algoritmo di prenotazioni aeree. Il Mondiale 2026 sarà diviso tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tre nazioni, sedici città, distanze immense, voli, scali, confini, controlli, prezzi variabili e tutto l’armamentario del turismo trasformato in prova di sopravvivenza economica.
Se la tua squadra passa il girone, non devi soltanto tifare: devi riorganizzarti la vita. Se arriva ai quarti, probabilmente devi rifare i conti. Se va in finale, prepara passaporto, carta di credito, ferie, assicurazione viaggio e una certa predisposizione al dolore finanziario. Una volta seguire la nazionale era una follia romantica. Adesso rischia di diventare un mutuo emotivo con supplemento bagaglio.

Un Mondiale sempre più esclusivo
Il punto non è rimpiangere un passato che non era perfetto. I Mondiali sono sempre stati anche politica, denaro, propaganda e cemento. Però c’era ancora l’illusione, o forse la possibilità concreta, che il tifoso normale potesse farne parte senza essere trattato come un cliente premium da spremere fino all’ultimo centesimo.
Oggi la sensazione è diversa. La FIFA continua a parlare di inclusione, ma costruisce eventi sempre più esclusivi. Parla di calcio globale, ma il globale, nella pratica, significa che per seguire la tua squadra devi attraversare mezzo continente e pagare ogni passaggio come se stessi comprando azioni di una compagnia petrolifera.
Nel frattempo, le notizie che arrivano dagli Stati Uniti raccontano già molto del clima. Una sparatoria vicino alla base della nazionale inglese a Kansas City ha provocato nove feriti. Nessun giocatore coinvolto, ci tengono a precisare, ma resta un episodio che, in qualunque altro contesto, avrebbe acceso un dibattito enorme sulla sicurezza. Invece viene assorbito quasi come una nota di colore locale, un fastidioso rumore di fondo dentro la narrazione della “più grande celebrazione del calcio di sempre”.
È questo il problema: abbiamo normalizzato tutto. Anche l’idea che un evento sportivo planetario possa convivere con una violenza armata talmente ricorrente da non sorprendere quasi più nessuno.
Campi inadeguati e strutture non all’altezza
Poi ci sono i campi. La nazionale giapponese ha già avuto problemi con le strutture di allenamento, al punto da cambiare sede. Sono circolati video e testimonianze su terreni discutibili, palloni che rimbalzano male, superfici non all’altezza.
Ora, uno può anche non essere un agronomo, ma il calcio ha una sua grammatica fisica elementare: il pallone deve correre, rimbalzare, rispondere. Se il terreno si comporta come il tappeto del reparto occasioni all’Aldi, non stiamo parlando di un dettaglio. Stiamo parlando della base stessa del gioco.
E fa un certo effetto pensare che gli Stati Uniti abbiano avuto otto anni per preparare questo evento e che, arrivati al dunque, si discuta ancora di erba temporanea, adattamento climatico, assestamento e altre formule da comunicato stampa buono per anestetizzare le domande.
Stadi pensati per tutto, tranne che per il calcio
Il calcio sembra diventato un ospite tollerato dentro strutture nate per altro. Stadi enormi, spettacolari, costosissimi, perfetti per football americano, concerti, wrestling, rodei, monster truck, Beyoncé e qualunque cosa possa vendere biglietti, birra, parcheggi e pacchetti VIP.
Poi arriva il calcio, con la sua esigenza noiosa di avere un campo vero, una superficie seria, una continuità tecnica, e improvvisamente bisogna adattare tutto. Sembra quasi che il gioco sia l’ultima cosa da considerare, dopo sponsor, hospitality, maxischermi, suite aziendali e parcheggi a prezzo da rapina autorizzata.
Trasporti e costi fuori controllo
Anche il trasporto pubblico racconta la stessa storia. Per andare allo stadio, in alcune aree, i costi hanno raggiunto cifre tali da far sembrare l’Interrail un’opzione da studenti francescani. E quando il viaggio verso una partita diventa una selezione economica, non siamo più davanti a un problema logistico.
Siamo davanti a una scelta culturale. Vuoi essere parte della festa? Bene. Dimostra di potertelo permettere. Il biglietto non è più soltanto l’accesso a una partita, ma il primo gradino di una scala costruita per lasciare sotto chi ha meno soldi, meno documenti, meno libertà di movimento.
Un Mondiale sempre più diffuso e sempre meno popolare
E qui arriviamo alla questione più grossa. Il Mondiale 2026 non è un incidente isolato. È una direzione. Il Mondiale 2030 sarà ancora più esteso: Spagna, Portogallo e Marocco come sedi principali, più partite celebrative in Uruguay, Argentina e Paraguay per il centenario.
Sei nazioni, tre continenti, una sola competizione. Dal punto di vista simbolico può anche sembrare affascinante. Dal punto di vista pratico è una follia travestita da celebrazione.
Il messaggio è chiaro: il Mondiale non appartiene più a un luogo, appartiene al circuito. Non è più un Paese che ospita il mondo, è il mondo che viene trasformato in pacchetto itinerante.
Arabia Saudita 2034: un nuovo Qatar?
Poi arriverà l’Arabia Saudita nel 2034, e lì si aprirà un altro capitolo ancora. Sarà probabilmente il nuovo Qatar, solo più grande, più ambizioso, più faraonico. Stadi costruiti ad hoc, architetture da render futuristico, città-progetto, promesse di sostenibilità, legacy, sviluppo, trasformazione culturale e tutto il vocabolario scintillante che accompagna sempre queste operazioni.
Poi bisognerà vedere cosa resterà davvero quando l’ultimo tifoso sarà ripartito, le telecamere si saranno spente e il deserto tornerà a fare il deserto.
Perché diciamolo senza troppi inchini diplomatici: il calcio in Arabia Saudita non ha la stessa radice popolare che ha in Europa, in Sud America o in Africa. Puoi comprare campioni, costruire stadi, organizzare eventi e riempire il cielo di droni luminosi, ma non puoi fabbricare in pochi anni una cultura calcistica profonda come si costruisce un centro commerciale di lusso.
Cattedrali nel deserto e retorica della legacy
Il rischio è sempre lo stesso: cattedrali sportive nate per un mese di gloria e poi abbandonate alla retorica della legacy. Qatar avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Invece sembra avere insegnato alla FIFA soltanto che il modello funziona, purché il conto finale sia abbastanza grande.
Il calcio diventa così un marchio da esportare, una vetrina geopolitica, un gigantesco spot istituzionale con ventidue uomini che corrono in mezzo per dare un senso emotivo all’operazione.
Chi potrà vivere davvero il Mondiale 2026?
La domanda, allora, non è se il Mondiale 2026 sarà spettacolare. Probabilmente lo sarà. Avrà stadi pieni in molte partite, immagini perfette, cerimonie roboanti, sponsor ovunque, record televisivi e una narrazione ufficiale pronta a dichiararlo un successo prima ancora che finisca.
La domanda vera è un’altra: chi potrà viverlo davvero? Chi potrà permettersi di seguire la propria squadra senza vendere un rene su Vinted? Chi potrà attraversare confini, pagare voli, alberghi, biglietti, trasporti e assicurazioni senza trasformare la passione in una pratica bancaria?
Dal sogno popolare al luna park dei solvibili

Il Mondiale era nato come festa popolare globale. Oggi rischia di diventare il luna park dei solvibili. Una grande celebrazione del calcio, sì, ma del calcio per chi ha il passaporto giusto, il reddito giusto e la carta di credito compiacente.
Gli altri potranno guardarlo in televisione, come sempre, ma con la sensazione crescente che qualcosa sia stato portato via. Non il gioco in sé, perché il pallone continuerà a rotolare. A volte anche male, se il campo non collabora.
Quello che stanno portando via è l’idea che il calcio appartenga davvero alla gente.
Grande, ma non per tutti
Forse il Mondiale 2026 sarà ricordato come il più grande della storia. Ma grande non significa accessibile, e globale non significa popolare. A volte significa soltanto più caro, più distante, più complicato.
E se per seguire una nazionale fino alla finale devi trasformarti in agente di viaggio, investitore, esperto di visti e vittima consenziente di una macchina commerciale senza freni, allora forse non stiamo più parlando della festa del calcio. Stiamo parlando di un prodotto di lusso che ogni tanto si traveste da emozione collettiva.
Certo, a noi italiani il problema potrebbe sembrare meno urgente. Dopotutto, l’ultima volta che abbiamo visto un Mondiale da protagonisti c’erano ancora i DVD nei supermercati. Sono già tre edizioni consecutive che restiamo a casa a guardare gli altri, impresa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza.
Il calcio italiano e il suo specchio

Ma forse anche questo racconta qualcosa. Per anni ci siamo bevuti la favoletta che il calcio italiano fosse il centro del mondo, mentre lasciavamo che diventasse un ecosistema sempre più dominato da interessi economici, procuratori onnipotenti, proprietà straniere, debiti cronici e dirigenti capaci di parlare di bilanci molto meglio che di calcio.
Non è certo l’unica ragione delle nostre mancate qualificazioni, ma è difficile ignorare il simbolismo. Da una parte c’è una FIFA che trasforma il Mondiale in una piattaforma commerciale globale. Dall’altra c’è un calcio italiano che da tempo sembra aver smesso di produrre abbastanza talento, idee e identità per competere ai massimi livelli.
In fondo, forse, ci meritiamo questa esclusione più di quanto siamo disposti ad ammettere. Non perché manchino i tifosi, che continuano a riempire stadi e bar anche dopo le delusioni più umilianti. Siamo fuori perché abbiamo accettato troppo a lungo che il calcio diventasse altro rispetto al calcio.
E mentre il Mondiale si allontana sempre di più dalla gente, il calcio italiano sembra essersi allontanato sempre di più da sé stesso. Forse è per questo che oggi facciamo così fatica a riconoscerci in entrambi.




