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Il dentista. La storia forse è vera il monologo si è vero

Dentista - Carlo
Il messaggio è chiaro e anche “quasi coerente” almeno con il mese

Un autore come il nostro Carlo può sicuramente parlare di dentista. Che poi sia frutto di immaginazione o resoconto di un fatto sta a voi decidere. Carlo “parla o straparla o scrive” di tutto, anche di moda pensate un po’. Ricordate? Di certo sappiamo che ci divertiremo. Perlomeno sorrideremo staccandoci un po’ dalla realtà quotidiana e mai come oggi anche il Cielo sa di quanto bisogno di relax ci sia. Buona lettura!

Perché il dentista

La storia che vi racconto riguarda la salute dei denti. Non vi dirò se è inventata, vi dirò che, pur avendola scritta moltissimi anni fa, l’ho messa in scena soltanto in parte e sottoforma di canzone. E, a dire il vero, non ne ricordo il motivo. Ci sono storie che non racconto sul palco perché, una volta scritte, non mi piacciono abbastanza, oppure non ho voglia di impararle a memoria, così restano nel cassetto per anni, finché un giorno non rivedono casualmente la luce. In questo caso non sul parquet di un palcoscenico, ma sulla carta.

Quanti problemi nella mia adolescenza!

Tra i numerosi problemi della mia prima adolescenza, ricordo con maggior affetto “quello della Standa”. Mi capitava di andare al supermercato; non necessariamente a comperare, talvolta andavo a rubare. Nulla di importante: qualche penna Bic, batterie per la radiolina a transistor, audiocassette vergini… solo per farmi bello con gli amici! Quand’era il momento di uscire, immancabilmente suonava l’allarme. Anche quando non rubavo niente. Tutto questo accadeva solo alla Standa, mai alla Coop, alla Rinascente o in altri negozi, perché questi non avevano ancora l’antifurto. Forse la cosa migliore sarebbe stata rinunciare a quel supermarket, ma le commesse della Standa erano le più carine.

Mai e poi mai avrei desistito dalla visitina quotidiana, e pazienza se quelli della security mi perquisivano come si fa con un pericoloso criminale. L’allarme con me suonava sempre e nessuno voleva credere che non mi fossi fregato qualcosa. Quando poi, dopo mille prove, passavo nudo tra le due colonne e l’allarme suonava lo stesso, allora diventava anche peggio. Le stesse cassiere mi prendevano in giro: “Ecco l’uomo bionico!” (serie TV del 1974) esclamavano divertite. Io non avevo peace maker o arti di metallo, tantomeno arti magiche. L’allarme suonava, questo si scoprì dieci anni dopo, per colpa di un dente che era stato otturato con lo stesso materiale che mettono nella merce da proteggere.

Ecco perché c’entra il dentista

Lo scoprì il mio attuale dentista. È un dentista amico, uno che quando fa male chiede scusa, insomma un dentista gentile. Io però ho paura anche di lui. Soltanto l’odore di uno studio dentistico, quell’odore che ancora oggi sa di chiodi di garofano, mi spaventa i denti. Così, quando sono lì, sento che mi fanno male tutti. Ancora di più mi spaventano certe riviste che i dentisti tengono in sala d’attesa, riviste fatte apposta per alimentare l’ansia: Amica Carie, Piorrea Magazine, Sorrisi e Pinzoni.

Il momento più tragico, e non sto scherzando, è quando mi chiamano.

In quell’istante vorrei scappare, ma mi rendo conto che un uomo, nella sua vita, deve affrontare eventi anche peggiori della seduta in uno studio dentistico – ad esempio il momento in cui si deve saldare il conto. E così, pensando a questi dolori ben più gravi, mi accomodo su quello che tecnicamente si chiama riunito. Non chiedetemi perché si chiami così: non lo so, forse perché riunisce tutti quegli strumenti di tortura! Ma no – penso mentre mi accomodo – in fondo è solo una sedia che si muove, che va su e giù grazie all’elettricità: praticamente una sedia elettrica. Quante ne ho passate su quel riunito! Se ci penso mi vengono i denti bianchi – ma per lo spavento! 

Il dialogo tra paziente e dentista. Anzi tra “il” paziente e più dentisti

 Un dentista

Uno dei tanti dentisti da me frequentati, un giorno mi disse:

“Lei è il paziente, deve avere pazienza”.

Mi curò un molare per nove mesi, scrupolosamente. Al decimo mese chiesi:

“Scusi, dottore, questo dente è un parto difficile?” 

Si offese e me lo tolse dicendo:

“Lei è il paziente, io no”.

L’altro odontoiatra

Cambiai odontoiatra. Quello successivo una volta mi fece un’anestesia che durò dieci giorni: avevo due denti completamente addormentati. Quando andavo a dormire, però, quelli si svegliavano. Neppure Dracula aveva in bocca due “oggetti” del genere.

Il terzo professionista

Provai con una dentista donna. Era gentilissima, mi diceva: “Se le faccio male dica ah!”

Un giorno mentre trapanava un molare le dissi:

“Ah! Fa male!”

Mi rispose con un sorriso:

“Adesso è impossibile, il dente è morto!”

Rimasi impietrito. Si può dire una cosa così, direttamente, senza preambolo? Il mio dente era morto e lei me lo diceva quasi ridendo. Avrei voluto risponderle:

“Accipicchia, il molare è mio, sono un parente!”

Riuscii ad instaurare un particolare feeling solo con la sua igienista dentale: garbata, delicata, graziosa… in una parola: incapace. Una volta mi ruppe lo specchietto in bocca e poi fece le corna all’indirizzo della mia bocca aperta:

“Uuuh! Porta sfiga! Sono sette anni di carie!”

D’accordo: rompere uno specchietto porta sfiga… però farmelo mangiare porta l’ulcera!

L’ultimo dentista

L’ultimo lavoro odontoiatrico di una certa importanza lo subii in Sardegna da un certo dottor L’Aga Khanin, che mi costò una fortuna. Mi trovavo lì in vacanza, ma il dolore mi costrinse a rivolgermi a lui. Dopo le sue cure, in bocca avevo due ceramiche, una corona e un ponte d’oro. Pagai così tanto, che per un po’ fui costretto ad andare in giro con un lucchetto alle labbra. Grazie alla mia parcella L’Aga Kanin divenne il dentista più ricco della Sardegna. Voi penserete che se non mi fossi rivolto a quel dentista, oggi il più ricco sarei io e non lui. Forse è così, ma credetemi, con mal di denti, anche i ricchi piangono. 

Ecco, vi ho presentato un monologo (ripeto, mai andato in scena) che in parte ho vissuto realmente, in parte l’ho inventato. Spero vi sia piaciuto, ma mi auguro per voi, non troppo. Di solito, le storie che piacciono di più sono quelle in cui ci si riconosce e nel caso vi foste riconosciuti in questa, vorrebbe dire che i vostri denti non sono del tutto a posto. Grazie per l’attenzione e alla prossima!