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Il controllo del dolore. Come si interviene con l’ipnosi

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Il corpo e la mente – il malessere da vincere

Il dolore nelle sue forme, può essere contenuto, limitato, guarito anche con l’aiuto e l’intervento dell’ipnosi. La mente umana è un labirinto complesso di sensazioni da trattare con cautela e attenzione. Oblio e ipermnesia gli argomenti già trattati su Globe, in questo “fil rouge” che collega la nostra mente.

L’ultima spiaggia

Quando qualcuno si presenta da voi chiedendo aiuto per un dolore cronico o particolarmente invalidante che “solo voi con l’ipnosi potete risolvere” vi sta mandando due messaggi importanti. Il primo è che le ha provate davvero tutte, il secondo è che tutte queste sono fallite miseramente e voi rappresentate “l’ultima spiaggia”.  Ora, dal punto di vista terapeutico, l’aspettativa è sicuramente un bene perché il paziente sarà mosso da una forte motivazione, ma allo stesso tempo può trasformarsi facilmente in un boomerang se questa viene interpretata come una sorta di ricerca di un intervento “magico”. L’errore principale che spesso si commette è proprio quello di dare spazio a queste false credenze. Si è portati a fare subito induzioni volte a “seminare quelle esperienze positive di benessere” che sono in quel momento incompatibili e in netto contrasto con l’attuale esperienza percepita. Queste di solito sono destinate al fallimento.

Il peso del fattore psicologico

È vero, il dolore è un’esperienza soggettiva dove il fattore psicologico ha un peso decisamente rilevante, (si pensi ad esempio alla madre che dopo un incidente dove ha subito lesioni importanti non si accorge di essersi ferita finché non è riuscita a mettere in sicurezza il proprio figlio). E’ altrettanto vero però, che difficilmente un ipnotista potrà permettersi di trasformare una sensazione negativa in una positiva in modo repentino e senza una qualche forma di resistenza da parte del paziente. D’altronde, quel male (specie se cronico), lo accompagna da diverso tempo.  Paradossalmente, è proprio per la sua pervasività e per la convinzione inconscia che “esso sarà lì per sempre” a renderlo difficilmente abbandonabile. Andare a dire ad una persona che ha un dolore persistente e estremamente forte di “rilassarsi”, è semplicemente un’assurdità.

L’approccio corretto

L’approccio corretto per questo tipo di paziente è quello di non suggerirgli di sentirsi a proprio agio o rilassato. Anzi gli dico che sta davvero provando dolore, che fa davvero male e che questa sofferenza la può sentire davvero bene. Se per esemplificare, il paziente ha male al braccio, sono perfettamente disposto a fargli notare che il braccio gli fa proprio male. Così facendo ho ristretto la sua attenzione al solo braccio. Voglio che il paziente si focalizzi solo su di esso. Solo a questo punto gli si può far notare quanto questa sensazione è diversa, rispetto a quella di benessere che provava sullo stesso braccio quando stava bene.

In questo modo ho fatto in modo che il paziente pensi al benessere oltre che al malessere. L’ho fatto senza svalutare il suo dolore, non lo sto minimamente mettendo in dubbio.  Quando gli dirò che ha tutto un passato di benessere là dove prova quel male, lui rispetterà la mia affermazione, perché saprà che è vera. A quel punto creerà dentro di sé quella astratta realtà mentale di benessere.

Gli elementi di benessere

Non appena si introducono elementi di benessere il dolore comincia ad affievolirsi, perché la quantità di attenzione che è possibile dare è limitata. Potete dare tutta la vostra attenzione al dolore, oppure la maggior parte al dolore e una piccola parte ai ricordi di benessere. A questo punto potete prestare progressivamente sempre più attenzione al benessere, e sempre meno attenzione al male.  Salvo che l’intento sia quello di generare una anestesia (utile per alcuni interventi chirurgici) o una analgesia temporanea, una delle tecniche più efficaci al fine di controllare la sofferenza è quella della “particolarizzazione”. Cioè andare a chiedere di descriverci il dolore in tutte le sue sfaccettature nel modo più accurato possibile. Questo ci permetterà di utilizzare le sensazioni più pertinenti e lavorare inizialmente su di esse trasformandole più facilmente.

Il cambiamento va cercato

Il compito del terapeuta è quello di trasformare quella sensazione spiacevole in qualcosa di diverso, ma va precisato che è il cambiamento in sé che va cercato. Spesso anzi è raccomandato trasformare quella particolare sensazione dolorosa in un’altra sensazione dolorosa o quantomeno fastidiosa, proprio per evitare le resistenze che possono intervenire e rendere inefficace l’intero trattamento. Il paziente sarà più facilmente portato ad esempio ad accettare una induzione volta a trasformare una sensazione di dolore pungente in una sensazione di disturbo caratterizzata da pesantezza e prurito. Se si riesce a fare questo, tutti i passaggi successivi saranno facilitati dal fatto che un cambiamento è già avvenuto ed è visibile. Si potrà successivamente seminare che quella sensazione può spostarsi da un arto ad un altro. Concentrarsi in un punto sempre più ristretto ecc. Trasformarsi in qualcosa di qualitativamente sempre più lontano dall’esperienza dolorifica.

Il fattore temporale

La replica delle proprie sensazioni

Anche il fattore temporale ha spesso una rilevanza fondamentale nella percezione del male. Sappiamo bene che il dolore non è quasi mai un’esperienza isolata. È sì il dolore che si sta provando in questo momento, ma è anche il dolore che ricorda un altro dolore analogo del passato, il quale comporta anche una previsione del quanto durerà. Di fatti il dolore è composto dal dolore ricordato, da questo che si sta provando e da quello previsto in futuro.

Sappiamo bene che l’aspettativa di un dolore cronico che si ripresenta con tempistiche regolari cattura l’attenzione del soggetto anche nel lasso di tempo in cui esso non si presenta, perché gli si sta prestando tutta l’attenzione possibile. Se poniamo, avete un terribile e lancinante mal di denti e gli prestate attenzione fino alla ricomparsa di un nuovo attacco, non farete altro che percepirlo sempre più intenso. Lungo e lento a passare. Un bravo terapeuta deve essere consapevole che intervenire su questi aspetti non direttamente collegati all’esperienza presente e concreta, sarà già in grado di ridurre significativamente il disagio percepito del paziente.

Questa esperienza di dolore va sempre indagata nella realtà del singolo individuo. È solo capendo tale realtà che l’ipnosi può davvero strutturarsi al fine di dare un reale e decisivo contributo.