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Guerraccia in campo e pace fuori

Alta sociologia: con il solito tono irriverente e poco professorale il nostro Luca Tramontin affronta un tema profondo e attuale.

Avversario - non nemico in gara
Collisione come filosofia esistenziale (ph. Pino Fama)

Si elimina l’idea di nemico solo esasperando quella di avversario.
Non mi perdo nella nuova moda delle etimologie pilotate, cioè risalire alla radice per dimostrare quello che ci fa comodo, anche perché ormai si usa un po’ tutto da sinonimo, rivale, avversario etc.
Dai che risparmiamo tempo e andiamo alla radice solida.

L’AVVERSARIO È TEMPORANEO

E consenziente. Nello sport significa che ha aderito alla stessa federazione o alle stesse regole (in cortile per esempio) quindi ha qualcosa in comune.
Con-corre. Concorrente. Corre, metaforicamente, insieme.
Vuoi fargli un danno tattico (o fisico) per una fetta di tempo che inizia e finisce. Poi basta.

IL NEMICO È PERMANENTE

Finché non “ti passa” o diventa amico (succede), hai l’idea di eliminarlo o danneggiarlo come essere umano. Non c’è fischio finale.
Questo mi rende simpatici anche gli sport che cercano il trauma nell’avversario, non entrano nei miei gusti (ho anche un figlio pugile) ma nelle mie valutazioni positive. E nelle mie speranze di espansione.

Chi non ha mai placcato o boxato può anche prenderci per ebeti: cerchiamo l’impatto durissimo ma quando (una volta su mille) facciamo male, a fine match speriamo che il danno sia lieve e telefoniamo all’avversario per sapere come sta.
Perché – appunto – non è un nemico. Quindi io (in buona compagnia) penso che allenandoci a vedere ogni contrasto come temporaneo si eserciti anche la capacita «on/off» che ci fa contestare duramente qualcuno nella sede giusta (esempio, in politica, in ecologia, in critica musicale) ma poi sentire nel cervello un virtuale fischio finale della contesa che annuncia l’ora di andare al pub insieme.
E mi espongo: credo che le partitelle fiacche non servano a questo salto quantico. Quelle che funzionano sono le competizioni estreme, sudate e rognose.
Lo “sporticino” suona come “sportello” (vero che sa da burocrazia impolverata?) e dà un’idea diminutiva di fatica che serve solo a “compilare” un dovere salutare.

MEGLIO CHE NIENTE?

Questioni soggettive, per me meglio niente. Piuttosto che una partituccia di rugby con gente che ride, va e viene preferisco una camminata nel bosco, più relax e meno rischi, perché sì, lo sport “rilassatino” è molto più pericoloso di quello aggressivo.
Dal fisico al sociale, esempio famiglia: ci sediamo, senza alzare la voce ci diciamo tutto quello che pensiamo sulla gestione dei soldi o delle ferie, ma poi, cambiato argomento, si torna a ridere. Pensando che l’altro/a la pensi diversamente ma non sia permanentemente scemo/a.
Con le persone del “clan stretto” a me piace persino dare un inizio e una fine agli argomenti spinosi: «Alle 2 ci sediamo, parliamo qualche minuto del prossimo viaggio, poi però una volta deciso non ci torniamo sopra». Mi piace perfino mimare il fischio d’inizio e quello finale, tutto a tempo insomma, qualche raro supplementare come in campionato se proprio serve.
Altrimenti si fa come i tifosi sbagliati, che odiano permanentemente.
Non hanno metabolizzato il nobile concetto di fischio finale.

Pubblicato il: 22 Ottobre 2025
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