Gli inglesi sono diventati italiani ma non se ne sono ancora accorti
Dalla Brexit all’instabilità politica britannica

Gli inglesi sono diventati italiani. E non se ne sono ancora accorti. Per decenni i britannici ci hanno osservati con quella particolare espressione che riesce soltanto a chi è convinto di avere inventato contemporaneamente la democrazia, il tè e la fila ordinata alla fermata dell’autobus. Noi italiani eravamo il popolo pittoresco, simpatico ma inaffidabile, capace di produrre Michelangelo, la Ferrari e una crisi di governo prima dell’aperitivo. Loro, invece, avevano Westminster, la monarchia, il senso delle istituzioni e primi ministri destinati a durare abbastanza da lasciare almeno un’impronta sul materasso di Downing Street.
Poi, nel 2016, è arrivata la Brexit e il Regno Unito ha deciso di iscriversi a un corso intensivo di italianizzazione politica, economica e psicologica. Da allora, la porta nera del numero 10 ha iniziato a girare più velocemente dell’ingresso di un albergo durante una convention di scambisti. Dopo David Cameron sono arrivati Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer. Nel luglio 2026 il Paese si prepara all’arrivo del settimo primo ministro nel giro di un decennio, un ritmo che avrebbe fatto arrossire perfino la Prima Repubblica italiana. La stampa britannica ormai si domanda apertamente se il Paese sia diventato ingovernabile, mentre osservatori e analisti parlano di instabilità trasformata in normalità. (GOV.UK)
La differenza è questa
La differenza è che noi italiani, almeno, avevamo sviluppato una certa esperienza nel settore. Sapevamo che un governo poteva cadere per una finanziaria, un avviso di garanzia, un’intervista concessa nel momento sbagliato o una cena durante la quale qualcuno aveva ordinato il vino troppo costoso. Gli inglesi, invece, sembrano ancora stupiti ogni volta che un primo ministro viene risucchiato dal pavimento di Westminster. Si guardano attorno con aria incredula, convocano un comitato, nominano un’inchiesta indipendente e infine scelgono un nuovo leader, al quale concedono all’incirca il tempo necessario per cambiare le tende dell’ufficio.
Il rapporto con l’Unione Europea dieci anni dopo il referendum

La Brexit avrebbe dovuto impedire tutto questo. Era stata venduta come la grande operazione di recupero della sovranità nazionale, il gesto muscolare con cui un’antica potenza si sarebbe ripresa il controllo dei confini, delle leggi, del commercio e, presumibilmente, anche delle condizioni meteorologiche. “Take back control”, dicevano. Riprendiamoci il controllo. Il problema è che il controllo, evidentemente, non era stato informato.
A dieci anni dal referendum, il rapporto tra il Regno Unito e l’Unione Europea continua a dominare il dibattito politico come un ex coniuge che, dopo il divorzio, conserva ancora le chiavi di casa e telefona per sapere dove siano finite le sue pentole. La Brexit non è più soltanto una questione di appartenenza politica, ma una discussione permanente su dogane, commercio, circolazione dei lavoratori, università, pesca, agricoltura e accordi da rinegoziare con organizzazioni dalle quali il Paese aveva promesso di liberarsi.
Il dettaglio più interessante è che, nel frattempo, l’opinione pubblica è cambiata. Secondo i dati YouGov raccolti all’inizio di giugno 2026, il 55 per cento dei britannici sarebbe favorevole al rientro nell’Unione Europea, contro il 34 per cento contrario. Il 59 per cento vorrebbe almeno un rapporto più stretto con Bruxelles, senza necessariamente tornare nell’Unione, nel mercato unico o nell’unione doganale. Perfino tra chi votò Leave nel 2016, più della metà sostiene oggi un riavvicinamento. (YouGov) Dopo aver sbattuto la porta, insomma, il Regno Unito è rimasto sul pianerottolo a domandarsi se fosse possibile rientrare soltanto per usare il bagno.
Economia, inflazione e consumi: la nuova normalità britannica

Naturalmente, parlare di un ritorno effettivo nell’Unione Europea è molto più semplice che realizzarlo. Un nuovo ingresso richiederebbe negoziati lunghi, concessioni politiche e condizioni probabilmente meno favorevoli di quelle che Londra possedeva prima della Brexit. Non basterebbe presentarsi a Bruxelles con un mazzo di fiori, una scatola di biscotti e Boris Johnson legato nel bagagliaio. Tuttavia, il semplice fatto che l’ipotesi venga ormai discussa senza che nessuno chiami immediatamente la polizia dimostra quanto sia cambiato il clima.
Nel frattempo, l’economia britannica procede con la sicurezza di un pensionato che attraversa una lastra di ghiaccio portando due borse della spesa. Secondo l’OCSE, nel 2026 la crescita dovrebbe fermarsi attorno allo 0,9 per cento, per poi risalire modestamente all’1,1 per cento nel 2027. L’organizzazione avverte inoltre che le rinnovate pressioni inflazionistiche stanno comprimendo i redditi reali, scoraggiando consumi e investimenti. (OECD)
L’inflazione annuale misurata dall’Office for National Statistics era al 2,8 per cento nel maggio 2026, mentre l’indice che include i costi abitativi raggiungeva il 3 per cento. (ons.gov.uk) Numeri lontani dai picchi più violenti degli anni precedenti, ma sufficienti a mantenere alta la pressione sulle famiglie, soprattutto perché i prezzi non tornano indietro quando l’inflazione rallenta. Smettono semplicemente di aumentare con la stessa ferocia.
È un concetto che i governi spiegano sempre con grande entusiasmo e che i cittadini accolgono con la stessa gioia riservata al dentista quando annuncia che l’estrazione è andata bene, ma la fattura sarà comunque di settecento sterline.
Servizi pubblici, infrastrutture e qualità della vita
Il supermercato britannico è diventato un laboratorio di riduzione volumetrica. Le confezioni si restringono, i prezzi si allargano e il consumatore torna a casa con una busta sempre più leggera e la sensazione di aver partecipato involontariamente a un esperimento sociale. I mutui rimangono pesanti, gli affitti continuano a divorare una parte crescente degli stipendi e il costo dell’energia conserva quella simpatica abitudine britannica di presentarsi ogni inverno con nuove sorprese.
Anche i servizi pubblici, un tempo esibiti come prova della superiore efficienza nazionale, mostrano crepe che ormai richiederebbero meno stucco e più cemento armato. Il National Health Service rimane un’istituzione fondamentale e amata, ma è soffocato da liste d’attesa, carenza di personale e strutture sotto pressione. Trovare un dentista NHS disponibile è diventato più difficile che ottenere un’udienza privata con il re. Per parlare con un medico di famiglia bisogna telefonare alle otto del mattino insieme ad altre quattrocento persone, come se fosse appena iniziata la vendita dei biglietti per la reunion dei Pink Floyd.
Le ferrovie sono costose, gli scioperi ricorrenti, le strade piene di buche e i consigli comunali discutono di tagli ai servizi essenziali. Il cittadino paga tasse elevate e riceve in cambio una crescente selezione di attese telefoniche accompagnate da una voce registrata che gli assicura quanto la sua chiamata sia importante.
La somiglianza con l’Italia e la lezione sulla stabilità
A questo punto la somiglianza con l’Italia diventa difficile da ignorare. Governi fragili, leader sostituiti prima che abbiano imparato dove siano i bagni, economia stagnante, servizi pubblici in difficoltà, infrastrutture invecchiate, famiglie schiacciate dai prezzi e una classe politica che promette svolte epocali per poi inaugurare un nuovo tavolo di consultazione. Manca soltanto il bonus monopattino, ma bisogna concedere loro ancora qualche mese.
La verità, però, è più interessante della battuta. La Gran Bretagna non si sta trasformando nell’Italia. Sta semplicemente scoprendo che la stabilità non è una caratteristica genetica dei popoli e che nessun Paese è protetto per sempre dall’incompetenza, dalle divisioni sociali e dalle promesse irrealizzabili. Le istituzioni possono essere antiche, i palazzi magnifici e le cerimonie impeccabili, ma se la politica smette di progettare il futuro e comincia a vivere di slogan, il risultato è sempre lo stesso.
Forse, quindi, non dovremmo dire che gli inglesi si stanno italianizzando. Dovremmo dire che stanno finalmente conoscendo quella sensazione che noi italiani frequentiamo da generazioni: pagare molto, ricevere poco, cambiare governo e sentirsi spiegare che la soluzione definitiva arriverà subito dopo la prossima elezione. Noi, almeno, abbiamo imparato ad affrontarla con un caffè decente.




