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Geneviève Alberti si racconta nel “Salotto letterario” di Daniela”

Geneviève Alberti: una simpatica espressione di Geneviève Alberti
Una simpatica espressione di Geneviève Alberti

Geneviève Alberti giornalista e scrittrice

Incontriamo Geneviève Alberti, laureata Dams, giornalista e scrittrice. Negli anni 90 ha collaborato con la rivista Marea, in seguito con Artewhere e il settimanale La Riviera. Ha pubblicato “Trentanove parole” (2007), “La nostra fattoria, amore a prima vista” (2007), “Patografie” (2009), “Colazioni surrealiste” (2014) “Il segreto della fattoria” (2018) e “La Pasta del Capitano” (2023). È autrice di testi teatrali (“I tossicomani”, “Bioland” e “Chiedi chi erano i Beatles”). Nel 2011 ha vinto il premio di Drammaturgia, per la rappresentazione di testi di Elena Bono, “Tra l’Erba e le Stelle”. È autrice della guida turistica Sanremo Go (2013).

Ciao Geneviève, grazie per aver accettato di partecipare al mio salotto letterario. Leggo nella tua biografia che hai scritto molto, sia come giornalista, sia come autrice e drammaturga. Ma raccontaci un po’ chi è veramente Geneviève Alberti…

Domanda difficile. Nonostante l’età ancora sto cercando di capirmi. Sono una che osserva, ascolta e raccoglie storie che cerca a sua volta di elaborare e riraccontare. Mi piace definirmi una storyteller.

Nei tuoi libri la protesta sociale sembra una costante. Ma anche l’attenzione per le storie di persone semplici. Cosa ti interessa raccontare? Perché scrivi?

Mi interessa raccontare quello che provo e quello che vedo. La protesta sociale, la capacità di indignazione fanno un po’ parte di me. Mi sono avvicinata alla politica da adolescente. In casa mia si mangiavano pane e politica, mia madre e mio padre, un ex partigiano, mi hanno trasmesso questo senso di partecipazione e un incrollabile spirito critico che trasferisco nella scrittura. Anche i miei spettacoli teatrali trattano sempre argomenti sociali.

Scrivere è sempre stato il tuo sogno nel cassetto, fin da bambina? Da piccola eri una lettrice compulsiva? Raccontaci: come e perché hai cominciato a scrivere?

Da una scrittrice come Geneviève Alberti c’è da aspettarsi di tutto!

Con la casa piena di libri e una mamma maestra, leggere è stato quasi un obbligo, sono cresciuta con Rodari, Mario Lodi, Italo Calvino… dopo è nata la passione per la scrittura, credo di aver sempre scritto. Il mio sogno da bambina era fare la giornalista. In piccolo ho fatto anche quello, divertendomi molto. Ho cominciato a scrivere perché ero stufa di sentirmi dire “Stai zitta!”, così mi son detta: non parlare, scrivi! Detto, fatto. Alla scrittura teatrale invece mi sono avvicinata con il Dams, dove ho imparato tecniche di sceneggiatura cinematografica, teatrale. Sono due tipi di scrittura molto diverse, non solo tecnicamente, diciamo che la narrativa non ha confini, esistono l’autore e il lettore, insieme completano il libro. In teatro, ci sono molte mediazioni con cui fare i conti, il regista, gli attori, ma anche il costumista, lo scenografo. Insomma modi di scrivere diversi, stesso piacere.

La Pasta del Capitano, il tuo ultimo lavoro, è una storia di precarietà durissima… Come ti è venuta l’idea?

La Pasta del Capitano ha avuto una gestazione lunghissima. Ho iniziato a scriverlo 7 anni fa, ma ad ogni capitolo stavo male. Letteralmente. Così ho chiuso e sepolto questa storia in fondo al mare, poi però nell’ottobre scorso, per vicende personali, mi sono chiusa nella biblioteca dell’Università di Imperia. E da lì mi è uscito tutto di getto, senza stare male. L’idea è partita dalla mia esperienza personale di vent’anni di lavoro precario, in cui ho potuto raccogliere tante storie simili alla mia. Ho assistito a ingiustizie di ogni tipo, non solo nei miei confronti, purtroppo, ma anche dei tanti, tantissimi, che sperano in un contratto a tempo indeterminato. La condizione di precario è un cancro per chi lo è e ha ricadute altrettanto gravi sul lavoro. Comunque nonostante gli argomenti: precariato, mobbing, molestie sessuali sul lavoro, il romanzo mantiene sempre un tono ironico. Ed è pieno di cinema!

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Hai pubblicato inizialmente per qualche casa editrice. Oggi sembri prediligere il selfpublishing. Come mai?

Grazie, mi hai dato l’occasione per ricordare Mario Bottaro, editore di red@zione, una piccola casa editrice genovese, morto un mese prima che uscisse La Pasta del Capitano. È stata una bruttissima notizia. La ragione per cui mi sono auto pubblicata è perché in questo modo si mantiene il totale controllo del proprio prodotto, in termini di uscita, distribuzione, pubblicità, presentazioni, aspetti in cui spesso le case editrici sono deboli.

Che progetti hai per il futuro?

Di riprendere in mano un altro romanzo, Un amore nel secolo breve, che raccoglie le voci della mia famiglia, che ha percorso le tappe del ‘900, il secolo breve appunto, come protagonisti. Mio nonno, un ex ragazzo del ’99, ha partecipato alla Grande Guerra, è stato un antifascista, convinto e dichiarato, e lo ha pagato con il carcere. Ha partecipato alla guerra di Spagna, è stato il capo di una sedizione di collegamento tra i soldati canadesi sbarcati a Saint Tropez e i partigiani italiani e francesi, si è procurato denaro e beni dal Principe di Monaco… La nonna paterna abitava nella Milano dei bombardamenti, e fa parte di tutte quelle donne che durante la seconda guerra mondiale hanno sostituito i mariti al fronte in ogni occupazione. Ora la smetto altrimenti la racconto tutta. Vorrei scrivere la storia dei nonni per i miei figli.

Ci lasci una citazione da uno dei tuoi libri preferiti? Giusto un assaggio!

“Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera.”

Grazie di cuore, Geneviève.

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