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Fortune e disgrazie del grande Molière

Dalla seconda metà del XVII secolo, Parigi sostituì Roma come capitale artistica d’Europa, un ruolo che non lascerà fino al XX secolo. La letteratura francese è eccezionalmente vivace per tutto il XVII secolo, ma la fine ’600 vanta una delle più straordinarie fioriture di autori che la storia ricordi. Tra questi c’è Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière.

Molière: A Versailles
Moliere e Luigi XIV dejeunant a Versailles

Jean-Baptiste Poquelin: Molière

Nato a Parigi il 15 gennaio 1622 Molière giovanotto si incammina verso gli studi di diritto che porta a termine nel 1641, ma non è questo il suo destino. Cominciando a frequentare gli ambienti teatrali, e conosciuto il famoso Scaramucci, nel 1643 costituisce una troupe teatrale di dieci membri, con la quale comincia a girare la Francia. Nel 1658 dopo tredici anni di tournée in provincia Molière torna a Parigi con una compagnia collaudata dagli anni del tirocinio provinciale. La cura della sua compagnia era una delle principali preoccupazioni di Molière che non sbagliava un colpo nell’attrezzarla secondo i gusti del pubblico. Arrivato nella capitale francese non trova certo la strada spianata, anzi. Deve rivaleggiare con altre compagnie soprattutto con i Comediens du Roi, e poi con gli italiani appoggiati da Mazarino, dall’enorme prestigio.

Questi infatti erano sempre capaci di rinnovare i loro spettacoli per conformarli al gusto del pubblico, una tattica che adottarono anche i francesi attingendo abbondantemente a questo teatro. Molière fu uno di questi. Quando gli italiani vennero cacciati da Parigi per aver calcato la mano con la loro satira, Molière si fece avanti presentandosi addirittura davanti a re Luigi XIV con queste parole: “très humblement d’avoir agréable qu’il lui donnat un de ce petits divertissements qui lui avaient acquis quelque réputation et dont il régalait les provinces: Le docteur amoreux”. Più della tragicommedia che formava il nucleo dello spettacolo, ebbe successo questa farsa, probabilmente interpretata da lui stesso nella parte del dottore, ed è alla farsa che Molière dovette quindi la sua fortuna.

Fedele alla farsa

Alla farsa Molière rimase fedele anche da commediografo affermato. Nel suo teatro non si perde mai una vena autenticamente popolare che eredita dagli spettacolo in piazza del carnevale. La grande innovazione della comicità di Molière sarà costituita dalla capacità di connettere una dimensione comica di origine appunto farsesca a valori sociali e morali alti e complessi, quali quelli dell’honnête, avvero della nuova sofisticata cultura che si è affermata nel gusto e nei comportamenti delle classi elevate del regno di Luigi. Una combinazione tra valori socialmente prestigiosi e riso che era estranea sia alla tradizione sia alla sensibilità contemporanea. La rivoluzione molieriana creava personaggi comici nuovi nella storia del teatro, contraddittori in cui il pubblico si identificava. Molière si era reso conto che avvicinandosi alla realtà quotidiana del suo mondo, oltre ad incontrare il pieno favore del pubblico, avrebbe ritrovato sé stesso, le sue ansie, il suo senso della vita.

La forza del buon senso

Da bravo osservatore della società che lo circondava è stato capace di valorizzare la forza del buon senso dando alla borghesia un’autocoscienza della propria dignità, satireggiando sulla lor smania di affermarsi frequentando la gente del gran mondo. E’ indubbio che Molière costituì la base di partenza di quel grande work in progress che è stata, da allora ad oggi, la commedia per la borghesia francese. Ha posto le fondamenta per la realizzazione di taluni punti fermi, in una concezione concreta di vita, mediatrice tra l’aristocrazia e le classi popolari, capace quindi di assorbire i succhi di entrambi. Nelle sue esplorazioni si trovano quei germi di analisi psicologica che vediamo approfonditi e raffinati nelle galanti commedie di Marivaux, anche lui fine osservatore della realtà.

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Ma attenzione, in Molière c’è anche un senso doloroso del ridicolo portato ad estreme conseguenze, nel dolente umorismo con cui in Italia, prima Pirandello, poi Eduardo, trasfigurano i modi spensierati del vaudeville.

Luigi XIV apprezza Molière per le sue commedie e come attore comico

Luigi XIV che era un grande appassionato di teatro fin da bambino, apprezzò subito le commedie di Molière e le sue qualità di attore comico, e nel 1660 lo confermò nell’impiego a corte come “tappezziere e cameriere di Camera”. Il giovane re difendeva l’umorismo e l’acuta ma ruvida satira dei personaggi molieriani (molti dei quali nati dall’attenta osservazione ai cortigiani durante le cerimonie del mattino), per stabilire la sua autorità sul clero e sulla nobiltà.

Moliere e Lully

Il sodalizio tra il pupillo di Re Sole, il musicista Lully, e Molière impose la coppia dei deux Baptistes all’attenzione del regno intero, facendo piovere allori sulle loro teste e una grande quantità di soldi nelle loro tasche, che puntualmente sperperavano per esigenze dalle più nobili in giù, fino al vino e alle prostitute, ma ciò non cambiava nulla. La loro stella brillava d’una luce radiosa, di una luce di cui era facile inebriarsi.  Lully era l’unico che faceva ridere Moliére. Si divertivano molto quando lavoravano insieme alle comediè ballet. Lully aiutava il commediografo nei momenti depressivi, perché Molière tendeva alla depressione. Dalla loro collaborazione nacquero fra il 1664 e il 1671 tredici comédie-ballets, tra cui in particolare, Le bourgeois gentilhomme (1670) nata per rallegrare re Luigi dopo un imbarazzante incidente che coinvolse un falso ambasciatore della Turchia.

Se questo sodalizio finì, fu per colpa del musicista il quale per ordinanza reale si vide attribuire l’intera proprietà delle parole e della musica, insieme a quella degli stessi brani, che erano nati dalla collaborazione con Molière. In altre parole a Lully competevano tutti i diritti della loro comune produzione. Questo fece imbestialire il commediografo costretto, se voleva ancora rappresentare sulle scene parigine le sue commedie, a cercare un altro musicista che componesse le musiche ex novo.

“Morì” in commedia

Moliere recitò fino all’ultimo giorno della sua vita, lasciando questa terra il 17 febbraio del 1673, mentre sta recitando Il malato immaginario (sosteneva la parte di Argan). Secondo la versione più accreditata, dopo essersi sentito male in scena, riesce comunque a portare a termine la serata e a rincasare. Muore però quella stessa notte.

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