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Estate più calda di sempre o memoria più corta di sempre?

Memoria, percezione e caldo, un confronto che ritorna

Memoria collettiva - La maemoria collettiva spesso fa difetto
La maemoria collettiva spesso fa difetto

In questi giorni, mentre l’Italia torna a fare i conti con il caldo estivo, ho acceso la televisione e ho ritrovato una frase che ormai sembra diventata un appuntamento fisso della bella stagione. L’ho sentita al telegiornale, l’ho letta sui siti d’informazione, l’ho ritrovata nei titoli che scorrono sui social: “Stiamo vivendo una delle estati più calde di sempre”.

Confesso che ogni volta che ascolto questa affermazione provo una sensazione curiosa. Non di fastidio, né di incredulità. Piuttosto di smarrimento. Perché immediatamente la mente torna indietro nel tempo e mi riporta a quando ero ragazzo, molto prima che esistessero internet, gli smartphone, i social network e persino molti dei climatizzatori che oggi rendono più sopportabili le nostre giornate.

Ricordo perfettamente l’estate del 1973. Non perché fossi impegnato a misurare le temperature o a compilare statistiche meteorologiche, ma perché il caldo faceva parte della vita quotidiana. Lo si sentiva sulla pelle fin dal mattino, quando le strade iniziavano a vibrare sotto il sole. Lo si respirava nelle case, che durante la notte conservavano il calore accumulato durante il giorno. Lo si vedeva nei campi assetati e nei volti delle persone che cercavano un po’ d’ombra sotto un portico o un albero.

E non fu certamente l’unica estate torrida che abbia vissuto.

Parlando con amici, conoscenti e persone della mia generazione, scopro che molti conservano ricordi analoghi. C’è chi ricorda il caldo soffocante degli anni Settanta, chi le grandi ondate di afa degli anni Ottanta, chi le estati interminabili degli anni Novanta. Memorie diverse, certo, ma accomunate da una constatazione semplice: il caldo intenso non è nato ieri mattina.

Clima, scienza e narrazione pubblica

Attenzione. Non sto dicendo che il clima non cambi. Sarebbe una semplificazione tanto superficiale quanto quella che intendo criticare.

La Terra è un sistema straordinariamente complesso. Cambia da sempre. Lo ha fatto quando comparivano e scomparivano le glaciazioni, lo ha fatto durante l’epoca romana, nel Medioevo e continua a farlo oggi. Gli scienziati studiano questi fenomeni e li interpretano attraverso modelli sempre più sofisticati. Alcuni ritengono che l’influenza umana sia determinante, altri invitano alla prudenza nell’attribuire responsabilità e proporzioni. È il normale percorso della ricerca scientifica, che vive di confronto, di verifica e talvolta anche di dissenso.

Ciò che mi colpisce, però, non è tanto il dibattito scientifico quanto il modo in cui esso viene tradotto e raccontato al grande pubblico.

ùHo l’impressione che negli ultimi anni l’informazione abbia sviluppato una sorta di dipendenza dall’eccezionalità. Ogni fenomeno deve essere presentato come unico, irripetibile, straordinario. Ogni estate deve essere la più calda. Ogni inverno il più freddo. Ogni temporale il più devastante. Ogni evento meteorologico deve trasformarsi in una notizia capace di catturare l’attenzione e generare reazioni immediate. Ma la realtà raramente ama gli assoluti. La realtà preferisce le sfumature. Preferisce i contesti. Preferisce la memoria. E forse è proprio la memoria l’elemento che oggi rischiamo di perdere più facilmente.

Memoria collettiva e responsabilità dell’informazione

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni che si consumano nel giro di poche ore. Ci indigniamo, commentiamo, condividiamo e poi passiamo immediatamente all’argomento successivo. In questo processo il passato tende a dissolversi. Rimane soltanto il presente, continuamente amplificato e ingigantito.

Eppure, senza memoria non esiste comprensione. Se dimentichiamo ciò che abbiamo vissuto, finiamo per credere che ogni evento sia senza precedenti. Se perdiamo il senso della prospettiva storica, diventiamo facilmente prigionieri dell’emozione del momento. Forse è per questo che, ogni volta che sento parlare dell’ennesima estate più calda di sempre, la mia mente torna spontaneamente a quelle giornate lontane del 1973. Non perché voglia negare ciò che accade oggi, ma perché credo che il compito di chi informa non sia alimentare l’amnesia collettiva.

Il buon giornalismo dovrebbe aiutare a collegare il presente al passato, non a separarli. Dovrebbe fornire strumenti di comprensione, non soltanto motivi di preoccupazione. Dovrebbe ricordarci che la realtà è quasi sempre più complessa, più interessante e più sfumata di qualsiasi titolo costruito per attirare qualche clic in più. E allora, forse, la domanda che dovremmo porci non è se questa sia davvero l’estate più calda di sempre.

La domanda è un’altra.

In un’epoca che registra tutto, archivia tutto e conserva tutto, come abbiamo fatto a perdere così facilmente la memoria?

Pubblicato il: 25 Giugno 2026
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