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Effetto Qwerty o lock-in. Parte seconda

Qwerty, anzi “Effetto Qwerty” o fenomeno dei rendimenti crescenti o lock-in. Ieri la prima parte.

L’effetto Qwerty

Brian Arthur, scopritore dell’effetto Qwerty

Non tutto è rose e fiori, però: i fenomeni di auto-organizzazione possono a volte produrre anche effetti perversi, senza che nessuno lo abbia programmato e a volte perfino senza che nessuno ci guadagni. Questa è stata la prima, grande scoperta della dinamica non lineare applicata all’economia, fatta nel 1979 da Brian Arhtur del Santa Fe Institute. Tecnicamente viene chiamato “lock-in” o “fenomeno dei rendimenti crescenti”, ma è più celebre come “effetto Qwerty”.

La tastiera Qwerty

Remington del 1873 – Tastiera

La tastiera Qwerty è la tastiera standard dei nostri computer e cellulari e, prima ancora, delle macchine da scrivere e prende il nome dalle prime 6 lettere in alto a sinistra. Tuttavia, perché esse sono disposte in questa maniera? Quando lo chiesi per la prima volta durante il mio corso di Metodologia delle scienze sociali del 2016 alla UCSS di Lima di cui vi ho parlato prima delle vacanze estive.

Tutti furono d’accordo che doveva essere perché tale disposizione, mettendo vicine sulla tastiera le lettere che si trovano più spesso vicine nelle parole, risulta più naturale e rende quindi più rapida la scrittura. In un certo senso avevano ragione, ma la vera storia è assai più contorta.

La vera storia dell’effetto Qwerty

La tastiera Qwerty venne in effetti inventata nel 1873 a Milwaukee (USA) dall’imprenditore Christopher Sholes in base a uno studio scientifico delle correlazioni tra le lettere all’interno delle parole, ma il suo scopo era rendere più lenta la scrittura delle sue dattilografe (all’epoca questo lavoro era quasi esclusivamente femminile). Esse, infatti, battevano a macchina così in fretta che spesso i martelletti si incastravano, inceppandosi e interrompendo il lavoro, senza contare il rischio di rotture. Così, paradossalmente, l’unico modo di velocizzare la loro scrittura era rallentarla, cosa che il signor Sholes ottenne creando intenzionalmente una tastiera inefficiente in cui le lettere erano disposte in modo scientificamente innaturale.
Per quanto apparentemente folle, l’idea funzionò così bene che in breve tempo la tastiera Qwerty si diffuse in tutto il mondo, fino a soppiantare completamente le altre.

Il concetto di “lock-in”

 Il vero mistero però è: perché la tastiera Qwerty continua ad essere usata da tutti anche nei computer, che non hanno più il problema dei martelletti, e ciò benché si sappia che è molto inefficiente? Ebbene, la risposta sta proprio nel concetto di “lock-in”, cioè di qualcosa in cui uno si trova “rinchiuso dentro” (è questo il senso etimologico) senza sapere come uscirne: infatti ormai tutti sono abituati alla disposizione Qwerty e passare a un’altra, anche se più efficiente, richiederebbe un lungo periodo di adattamento, per cui nessun produttore si azzarda a proporla per paura che nessuno la voglia comprare.

Gli effetti di tutto questo

Ma di fenomeni del genere se ne verificano continuamente. Anche se la scuola liberista neoclassica (erede di quella classica di Adam Smith e oggi dominante in Occidente) ne ha sempre negato l’esistenza.

E si noti che questo è un meccanismo molto più perverso di quello del monopolio teorizzato da Marx: infatti, benché anche il monopolio possa portare a effetti negativi, ciò che conduce alla sua nascita è comunque una qualità positiva, cioè la superiorità di un’azienda o di un prodotto rispetto agli altri; mentre, come abbiamo appena visto, l’effetto Qwerty può premiare anche un’azienda o un prodotto peggiori. Inoltre, esso può riguardare anche comportamenti collettivi, che penalizzano tutti senza beneficiare nessuno.

L’effetto doping nel ciclismo

Un esempio clamoroso è quello del doping nel ciclismo. All’inizio alcuni l’hanno fatto per avvantaggiarsi, poi gli altri li hanno imitati, finché, essendo tutti dopati, era come se non lo fosse nessuno e vinceva di nuovo il più forte, ma intanto si rovinavano tutti la salute (tra parentesi, io credo che sia questo che ha ucciso Marco Pantani: secondo me lui avrebbe voluto spiegare come stavano le cose, ma temeva che la gente non avrebbe capito e questo conflitto interiore ha finito per distruggerlo).

L’effetto mensa

 Un caso analogo è l’occupazione del posto in mensa: finché lo fanno in pochi conviene, ma ciò genera imitazione e quando lo fanno tutti ci rimettono tutti, perché i posti vengono occupati per il tempo della coda più quello del pasto anziché solo per quest’ultimo, come accadrebbe se nessuno occupasse il posto.

L’effetto traffico

Effetto Qwerty – Il paradosso del traffico

Ma l’esempio che preferisco è il traffico: il gran numero di auto private in circolazione limita l’efficienza del trasporto pubblico, sicché molti si vedono costretti a usare l’auto pur non volendolo, il che a sua volta limita l’efficienza del trasporto pubblico, ecc.

In questi casi l’intervento dello Stato è non solo opportuno, ma necessario, giacché per chi si trova imprigionato in un effetto Qwerty è estremamente difficile spezzarlo senza un aiuto dall’esterno (come si potrebbe fare col traffico ve lo dirò in un prossimo articolo).

Informazioni dal basso all’alto e viceversa

Per questo Farmer così concludeva la sua intervista con Waldrop: «L’evoluzione prospera in sistemi con una organizzazione dal basso all’alto, che dà origine alla flessibilità. Ma, al tempo stesso, deve dirigere l’avvicinamento dal basso all’alto in modo da non distruggere l’organizzazione. Deve esistere una gerarchia di controllo, con informazioni che scorrono dall’alto al basso, oltre che dal basso all’alto» (Waldrop, cit., p. 273). Ciononostante, sembra che, con rarissime eccezioni, il mondo continui a oscillare tra liberismo e statalismo, come se in mezzo non ci fosse nessuna alternativa praticabile.

L’alternativa c’è

Eppure, l’alternativa c’è e, come abbiamo visto, ormai non è soltanto l’etica, ma anche la scienza a dirci che dobbiamo cominciare a percorrerla. Ne parleremo di nuovo in un prossimo articolo, in cui racconterò la mia esperienza in Amazzonia. Per intanto, a chi volesse approfondire consiglio di leggere il cap. 7 del mio libro La scienza e l’idea di ragione (2a ed., Mimesis 2019).