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Effetto Qwerty o fenomeno dei rendimenti crescenti

Effetto Qwerty – Remington del 1873

Effetto Qwerty? Chissà quanti di noi, allargheranno le pupille sorpresi e dopo una smorfia innaturale, ma spontanea, proferiranno l’espressione “non lo so!”. Oppure “mai sentito!”.  Eppure è facile ed è sotto i nostri occhi. Ma non ci sono problemi, se a spiegarcelo è uno dei più autorevoli scienziati del globo. Leggiamo con attenzione e capiremo presto cos’è “L’effetto Qwerty”. Oggi prima parte di “effetto Qwerty”, domani la seconda.

Ricordate la natura frattale e non lineare dell’economia?

Buongiorno a tutti e ben ritrovati.

Ci eravamo lasciati prima delle vacanze con il racconto di alcune scoperte, tanto affascinanti quanto inquietanti, sulla natura frattale e non lineare dell’economia. Oggi parlerò di altre scoperte avvenute sempre nello stesso campo, ma un po’ più incoraggianti, sperando di riuscire a dare qualche segno di speranza in una situazione che resta molto difficile e – chissà mai – anche qualche utile indicazione a chi ha la responsabilità di scrivere i progetti per il rilancio del Paese da presentare all’Unione Europea.

I molti problemi della nostra economia

Come avevo spiegato la scorsa volta, molti problemi della nostra economia nascono dal fatto che essa si basa ancora in gran parte su modelli lineari, in cui cioè gli errori non si amplificano nel tempo e l’entità di ogni effetto è proporzionale a quello della causa, mentre la realtà è assai più complessa.

Ma non si tratta soltanto di questo, perché l’inadeguatezza matematica dei modelli economici classici non è che il riflesso di una loro più radicale inadeguatezza concettuale. Alla base di tutti c’è infatti una visione meccanicista della società nata nel Settecento nell’ambito della filosofia inglese di impostazione empirista (che è un modo più raffinato per dire materialista), per la quale esisterebbero solo gli individui da una parte e lo Stato dall’altra, senza niente in mezzo.

Come nell’universo di Newton 

Un po’ come nell’universo di Newton, insomma, che allora rappresentava il modello ideale di qualsiasi filosofia meccanicista e in cui c’erano da una parte le stelle, distribuite uniformemente e soggette a interagire fra loro solo individualmente e in modo sostanzialmente casuale, e dall’altra lo spazio e il tempo assoluti, che fornivano loro unicamente il contesto in cui muoversi, senza interagire con esse in alcun modo.

La dottrina liberista classica di Adam Smith

Ciò diede origine anzitutto alla dottrina liberista classica, il cui indiscusso caposcuola fu lo scozzese Adam Smith, per il quale lo Stato dovrebbe limitarsi a fornire ai cittadini un ambiente pacifico e ordinato in cui muoversi e per il resto lasciarli liberi di perseguire i propri interessi, dato che proprio dalla loro interazione apparentemente casuale nasce il bene comune, come se ci fosse una “mano invisibile” a guidarli. Ora, in questo c’è indubbiamente qualcosa di vero (e in Italia dovremmo imparare a rispettare di più il profitto, che non solo non va demonizzato, ma è un indice di efficienza e quindi di salute delle imprese), ma pretendere che il bene nasca automaticamente e, appunto, meccanicamente dal gioco dei reciproci egoismi, senza nessuno sforzo da parte nostra, è davvero eccessivo e finisce solo per giustificare la prepotenza dei più forti.

L’altra scuola di pensiero: quella socialista

Per questo motivo ben presto nacque un’altra scuola di pensiero, opposta alla prima: quella socialista, che affidava invece allo Stato il compito di dirigere l’economia per orientarla al bene comune, superando, se necessario anche con la forza, gli egoismi individuali. Tuttavia, di fatto essa non fece che capovolgere la dottrina liberista senza mutarne i presupposti di fondo: e, come una bussola capovolta resta pur sempre una bussola, anche se indica il Sud anziché il Nord, allo stesso modo, benché la bussola del socialismo punti verso lo Stato anziché verso gli individui, anch’esso continua a concepire solo questi due poli opposti senza niente in mezzo e anch’esso pretende che il bene nasca in modo meccanico, senza nessun impegno da parte dei cittadini, dato che la mano invisibile di Adam Smith non viene eliminata, ma solo sostituita dalla mano visibile dello Stato.

Nel mondo reale non ci sono modelli iper-semplificati

Tuttavia, nel mondo reale non esiste nulla di simile a questi modelli iper-semplificati. Infatti, proprio come nell’universo moderno le stelle si uniscono in galassie e queste in ammassi e super-ammassi, secondo complessi schemi frattali che stiamo appena cominciando a comprendere, anche nelle società reali nascono di continuo, spontaneamente o per iniziativa consapevole dei cittadini, raggruppamenti e associazioni di ogni tipo che “mediano” tra i singoli individui e lo Stato e per questo sono detti “corpi intermedi”.

La funzione dei cosiddetti “corpi intermedi”

Ora, sovente essi hanno solo la funzione di tutelare meglio i (peraltro legittimi) interessi dei loro membri, ma molti nascono invece dall’esigenza di risolvere un problema e, nel far ciò, si ritrovano a fornire un servizio che risulta utile anche ad altri e che perciò può e anzi deve essere considerato “pubblico”, anche se non è fornito dallo Stato, che dovrebbe quindi appoggiare e incoraggiare tali iniziative.

È questo il famoso “principio di sussidiarietà”, così chiamato perché per esso lo Stato dovrebbe intervenire nell’economia solo in funzione, appunto, sussidiaria, cioè quando l’auto-organizzazione dal basso non è sufficiente.

Il principio di sussidiarietà

Papa Pio XI, autore nel 1931 della formulazione ”canonica” del principio di sussidairietà

Nato nell’ambito della dottrina sociale della Chiesa cattolica, in tutte le (purtroppo poche) occasioni in cui è stato applicato seriamente ha sempre dato ottimi risultati. Come in Lombardia, in Perù (anche se per breve tempo), ma soprattutto in Svezia e Danimarca, che alcuni anni fa, ispirandosi ad esso (pur senza citarlo esplicitamente, essendo paesi storicamente “antipapisti”), hanno ristrutturato il proprio welfare, rendendolo al tempo stesso più efficiente e meno costoso.

Il Teorema di Farmer

Doyne Farmer, autore del ”Teorema di Farmer”

Quel che qui ci interessa, però, è soprattutto che tale principio è stato convalidato proprio dalla scienza del non lineare, grazie a quello che io chiamo “Teorema di Farmer”, anche se in effetti non è esattamente un teorema, ma piuttosto un’approfondita ricognizione di molti diversi sistemi non lineari auto-organizzanti, fatta nel 1991 appunto da Doyne Farmer, uno dei componenti del cosiddetto “collettivo dei sistemi dinamici” (Packard, Crutchfield, Farmer e Shaw) che furono tra i pionieri della scienza del caos (resta mitica la loro descrizione della dinamica di un rubinetto gocciolante).

Il “nocciolo” del ragionamento di Farmer

Rimandando per gli approfondimenti al saggio originale (A Rosetta Stone for connectionism, in Emergent computation, MIT Press, pp. 153-187), riporterò qui solo il nocciolo del ragionamento, come Farmer stesso lo ha riassunto in un’intervista dell’anno successivo: «Consideriamo l’ex Unione Sovietica: “Oggi è abbastanza chiaro che la politica totalitaria e centralizzata messa in pratica nell’organizzazione della società non funziona molto bene.” […] D’altro canto, prosegue Farmer, neppure l’anarchia è efficace […]. Né lo è un sistema liberista incontrollato […]. Il buon senso, per non menzionare esperienze politiche attuali, suggerisce che economie sane e società sane mantengono un equilibrio (non certo piatto o mediocre) tra ordine e caos. Come cellule vive, esse devono regolarsi con una rete densa di retroazioni e regolazioni, lasciando al tempo stesso spazio in abbondanza per la creatività, il mutamento e la risposta a condizioni nuove» (Morris Mitchell Waldrop, Complessità, Instar Libri, pp. 272-273).

Non perdete domani la seconda parte di “Effetto Qwerty”