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Dalla guerra lezioni per il nostro futuro

Guerra: aerei
La guerra Foto di Robert Waghorn

La guerra che brutta! Tutte le guerre sono orrende. Il Professor Musso, scienziato di fama internazionale, ha voluto dire la sua sulla guerra, anzi sulle guerre. Il parere di uno studioso a cui la prestigiosa Enciclopedia Treccani ha chiesto di scrivere, la voce Fantascienza per uno dei suoi periodici volumi di aggiornamento, ci stimola a conoscere il suo parere. Che si sia della stessa opinione o meno, non è importante. Quello che conta è concedere uno “spazio al pensiero libero” di chi ha una così variegata e profonda conoscenza dell’antropologia del nostro pianeta.

La guerra

Le guerre sono sempre orribili, anche quelle giuste: figuriamoci quindi questa, che è la più insensata che abbia mai visto. Almeno un aspetto, positivo, però, ce l’hanno anche loro: le guerre, infatti, sono sempre dei bagni di realismo, che ci costringono a riscoprire valori che avevamo dimenticato e a riconoscere verità che avevamo rimosso.

Anche stavolta è stato così, benché ci siano pure degli equivoci pericolosi, perché, come sempre nelle cose umane, nessuna presa di coscienza è mai automatica. Qui cercherò di tracciare il quadro generale, ripromettendomi poi di approfondire i vari argomenti in successivi articoli.

La differenza tra “guerre”

La prima cosa che abbiamo visto con chiarezza è la differenza che passa tra la guerra vera e la “guerra” al virus. E non perché quest’ultimo abbia fatto meno morti. Anzi, è vero esattamente il contrario. Le malattie hanno sempre causato molti più morti: soltanto il vaiolo ha ucciso molte più persone che tutte le guerre della storia messe insieme.

Tuttavia, le malattie colpiscono solo le persone, cosicché chi sopravvive può continuare la sua vita più o meno come prima. Le guerre, invece, distruggono le città e le infrastrutture, che certo in sé valgono meno della vita, però sono indispensabili ad essa. Inoltre, mentre le malattie stimolano la solidarietà, le guerre generano divisioni e odio. Per questo una guerra fa molti più danni di qualsiasi epidemia e richiede molto più tempo per tornare alla normalità.

Non per nulla, da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina il Covid sembra improvvisamente scomparso. Non è solo che non se ne parla quasi più, ma è proprio che abbiamo smesso di colpo di preoccuparcene. Basta guardare gli incontri fra i governanti europei, che prima erano attentissimi a “dare il buon esempio”, mantenendo sempre mascherine e saluti a distanza, mentre ora sono improvvisamente tornati ai tradizionali baci e abbracci a volto scoperto.

La paura ridimensionata

Forse stiamo perfino esagerando, perché non è ancora sicuro che l’emergenza sia davvero finita, anche se tutti ce lo auguriamo. Indubbiamente, però, è positivo che si sia ridimensionata una paura che aveva finito per diventare una vera ossessione. Sproporzionata alla reale portata della minaccia, che – sia chiaro – è reale, ma non è l’apocalisse che spesso si è preteso che fosse.

Un’altra cosa che stavamo dimenticando e che ora ci appare di nuovo evidente è che la democrazia, pur con tutti i suoi limiti, è sempre di gran lunga preferibile a qualsiasi altro sistema di governo. E, una volta tanto, alle parole sono anche seguiti i fatti. Indipendentemente da qualsiasi considerazione sulla loro efficacia (su cui soltanto il tempo potrà dire una parola definitiva), la cosa più importante è che per una volta l’Europa ha saputo prendere decisioni difficili guardando innanzitutto a ciò che è giusto e non solo allo spread e agli indici di borsa.

Inoltre, abbiamo capito che la libertà di cui godiamo ormai da quasi 80 anni non possiamo darla per scontata, come se ormai non ci fosse più nessuno che possa minacciarla. Per questo l’esercito non è solo una “fissa” di alcuni retrogradi militaristi, ma un “male necessario”, proprio come la polizia, su cui occorre investire adeguatamente.

La fretta

Tuttavia, se tale rinnovata consapevolezza è certamente positiva, la fretta con cui alcuni paesi (primi fra tutti Germania e Italia) si sono precipitati a votare un grande aumento della spesa per la Difesa contiene due equivoci potenzialmente molto pericolosi.

Anzitutto, infatti, questa sarebbe l’occasione per creare finalmente un vero e proprio “esercito europeo”. L’idea risale addirittura a De Gasperi e aiuterebbe moltissimo a rendere più stabile e più forte, sia all’esterno che all’interno, l’Unione Europea. E qualche passo in questa direzione si sta effettivamente facendo. Queste iniziative frettolose e scoordinate prese da singoli Stati vanno però nella direzione opposta. E stupisce che a sostenerle siano spesso gli stessi leader politici che sostengono l’idea dell’esercito europeo.

L’altro equivoco

L’altro equivoco è che in realtà, diversamente dai tempi dell’Unione Sovietica, oggi la NATO ha una superiorità militare schiacciante, sia rispetto alla Russia che a qualsiasi altro paese, Cina compresa. Certo, questa è all’80% merito degli USA. Ma comunque non siamo così indifesi come tendiamo a pensare.

L’esercito russo è grande solo numericamente, ma, come stiamo vedendo in questi giorni, è composto in gran parte da soldati di leva, impreparati, spaventati e demotivati, alla guida di mezzi antiquati che vengono utilizzati secondo una dottrina militare ancor più antiquata. I cinque paesi europei più importanti (Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Spagna) spendono nel complesso per la difesa il quadruplo di quel che spende la Russia e quasi la stessa cifra della Cina. I nostri eserciti sono piccoli, ma composti interamente da professionisti di altissimo livello forniti di mezzi tecnologicamente all’avanguardia. E nel mondo moderno la superiorità militare non dipende dal numero, ma dalla tecnologia.

Un vantaggio non economico

Certo, per mantenere il nostro vantaggio dovremo inevitabilmente spendere di più, come del resto gli americani da tempo giustamente ci chiedono. Anche perché sul lungo periodo la nostra principale rivale sarà la Cina, che è molto più grande e quindi potenzialmente molto più pericolosa della Russia (che inoltre è destinata inevitabilmente a occidentalizzarsi, prima o poi, perché i suoi giovani sognano l’Europa del benessere e di Internet, non la Grande Madre Russia austera e violenta di Putin e del patriarca Kirill).

Ma, più che spendere tanto e in fretta, sarà importante soprattutto spendere bene, ragionando in prospettiva e non reagendo impulsivamente all’emozione del momento. È un comportamento simile a quello di chi per far fronte a nuove epidemie vorrebbe costruire migliaia di nuovi posti di terapia intensiva anziché sforzarsi di capire cosa si deve fare per evitare che la prossima volta la gente non finisca più in terapia intensiva. Tanto più, poi, considerando che si tratta di soldi che non abbiamo.

Il celeberrimo PNRR

Anche l’ormai celeberrimo PNRR varato per il Covid, infatti, è tutto denaro preso a prestito, cioè debito pubblico. Certo, in quel momento era l’unica cosa da fare. Si è trattato di un grande gesto di unità e solidarietà da parte di un’Europa che ormai aveva dimenticato il significato di queste parole, se non addirittura la loro stessa esistenza. Ma il problema rimane e non sembra che molti ne siano consapevoli.

Alcuni, come per esempio Romano Prodi, ne sono addirittura entusiasti, perché si tratterebbe del primo caso di debito fatto dall’Europa e non dai singoli Stati. Ora, ciò si potrebbe capire se si trattasse davvero del primo passo verso la messa in comune di tutto il debito pubblico dell’eurozona, che è una premessa indispensabile per arrivare alla creazione di un unico bilancio europeo, a sua volta premessa indispensabile per la creazione di un vero governo europeo. Ma nulla autorizza a pensare che sia così.

Al contrario, è lecito dubitare che perfino il PNRR sia realmente debito europeo, dato che i titoli del debito sono sì emessi dalla BCE, ma questa poi presta i soldi ai singoli Stati, che a loro volta dovranno restituirglieli. L’unica differenza (molto parziale, anche se per noi molto conveniente) è che gli Stati meno colpiti dal virus si accolleranno una parte del debito di quelli più colpiti, in particolare dell’Italia. Ma per il resto il PNRR non farà che aumentare ulteriormente la già immensa mole del debito pubblico che grava sulle spalle degli Stati europei.

Al di sopra delle nostre possibilità e senza pianificazione

Ora, il fatto che continuiamo a indebitarci, nonostante un livello di tassazione elevatissimo che, di conseguenza, produce introiti anch’essi elevatissimi per gli Stati, significa che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità (non da mesi o da anni, ma da decenni). E ciò a sua volta significa che i governi europei non sanno pianificare le proprie spese come farebbe una qualsiasi famiglia dotata di un minimo di buon senso.

Come è possibile ciò? È una domanda fondamentale, alla quale però non è possibile rispondere in poche righe: ci tornerò quindi in un prossimo articolo. Qui voglio invece sottolineare che la mancanza di pianificazione è particolarmente grave quando avviene nei settori chiave dell’economia, che sono essenzialmente quattro: energia, difesa, cibo e acqua.

Se infatti un paese non è in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze in un qualsiasi settore, dovrà inevitabilmente rifornirsi da qualche paese straniero, diventandone dipendente. In molti casi questo è semplicemente conseguenza della normale logica del mercato. Non c’è nulla di male, per esempio, nell’importare la maggior parte dei materassi o dei ferri da stiro o dei televisori, se ciò risulta economicamente più conveniente. Ma dipendere pesantemente dall’estero in uno dei settori chiave di cui sopra, anche se conveniente a livello economico, è sempre una pessima idea. Significa trasformarsi di fatto in uno Stato a sovranità limitata.

Lo stiamo vedendo molto chiaramente in questi giorni con il metano russo. Non si tratta soltanto di un problema economico, ma politico. Infatti, la nostra dipendenza da Mosca ci rende ricattabili e perciò ci condiziona nella scelta della nostra linea di condotta.

Il problema, non la soluzione

Guerra: Lavagna
Foto di Mohamed Hassan il problema della guerra

Adesso sembra che il problema sia solo di smettere di importare energia dalla Russia (cosa che peraltro non sarà né facile né rapida). Ma non è che dipendere dall’Algeria, dall’Azerbaigian o dal Qatar sia molto più tranquillizzante. L’unica vera soluzione è cominciare a produrre noi stessi tutta o almeno la maggior parte dell’energia che ci serve.

Molti in effetti lo hanno detto in questi giorni, il che è certamente un bene. Il guaio è, però, che in genere si pensa che la soluzione stia nella solita formuletta magica: digitale e green economy. Ma purtroppo, almeno per come vengono oggi concepiti teoricamente e utilizzati praticamente, digitale e green economy non sono la soluzione: sono il problema. Come vedremo nel prossimo articolo.