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Da bambino volevo diventare Jimmj Throschuen. Il cantautore

I sogni da bambino a volte si realizzano – Foto Wendy-Wei

Da bambino voleva diventare un cantautore. La musica era fondamentale per Carlo. Lui è sempre creativo, figuriamoci da bambino. Ne aveva tanta fantasia da scrivere canzoni e addirittura, si immaginava già a suonare in mezzo al pubblico. Non solo aveva deciso anche il suo nome d’arte. Jimmj Throschuen. Nella precedente puntata ci ha confessato di essere tirchio, oggi ci parla dei suoi sogni. Vedremo alla prossima cosa ci svelerà!

Dall’esordio con i Cavalli Marci in poi

Dopo l’esordio televisivo con i Cavalli Marci a “Ciro il figlio di Target” cominciò il lavoro vero, quello di comico: la preparazione di un nuovo programma, il raddoppio delle serate stanziali a Genova e la tournée in giro per l’Italia.

Con i Cavalli Marci facevo quasi esclusivamente monologhi, ma a volte mi cimentavo con canzoni. La più conosciuta è quella sulla scuola, che su You tube, alla voce Cavalli Marci interroghiamo, ha collezionato molte visualizzazioni. Poi avevo fatto un altro pezzo musicale sul mio dentista e una sull’amore. Le altre erano tutte canzoncine molto brevi, alla Iacchetti, tanto per intenderci. Ai tempi dei Cavalli, sulle scalette delle nostre rappresentazioni questi pezzi corrispondevano alla voce “DEN BREVE” e servivano per dare ritmo allo spettacolo. Nelle primissime esibizioni al Nessundorma, non rinunciavo a salire sul palco recitando poesie comiche. Eccone un esempio.  

La mia fidanzata

La mia fidanzata è sempre ben truccata

è sempre profumata e ben smaltata.

Ed è molto innamorata: è la mia fidanzata.

E quando fa l’amore mi dice: “Ti amo, amore!”

Ed è sincera, lo so.

Perché quando fa l’amore coi miei amici

non dice niente.

Jimmj Throschuen

Scrivere canzoni per me è sempre stata una necessità prima che una passione. Fin da bambino esibirmi era vitale.

Mettevo sul piatto del giradischi un vinile di Tony Dallara, mi sistemavo davanti allo specchio in cameretta con un cucchiaio in mano a mo’ di microfono e via, ci davo dentro fino all’ora di cena, o fino all’arrivo dei vigili chiamati dai vicini. La vita mi sorrideva, ero intonato, ma i vicini di sotto non erano d’accordo e quelli di sopra facevano i metronotte: quattro metronotte, armati fino ai denti. Per non parlare del vicino di fianco che odiava Tony Dallara. Io non c’entravo niente con Tony Dallara, quando cantavo davanti allo specchio, avevo già un nome d’arte: Jimmj Throschuen – me l’ero dato da solo, quindi mi piaceva.

Ho tre nomi

Ancora oggi certe canzoni mi ricordano quegli anni, quelli delle cose che potevi fare, e delle prime cose che t’imponevano gli altri, come il nome. Io sono già fortunato rispetto ad altri, ma ho tre nomi: Carlo, Franco, Libero.  Libero… per fortuna non sono nato adesso, altrimenti in cambio di una misera sponsorizzazione mia madre mi avrebbe chiamato Carlo Franco Libero.it. A dirla tutta, il nome Libero è nato in chiesa, al momento del battesimo. I miei volevano chiamarmi solo Carlo Franco… erano modesti, ma poco prima di darmi il sacramento, il prete disse: “Non va bene. O un nome solo, oppure tre.” Pensa te che regole! Così mio nonno che era un uomo puro, socialista convinto e onesto paladino della giustizia sociale, esclamò: “Chiamiamolo Libero, viva la libertà!” Il prete, credo, svenne sul fonte battesimale. E così ecco il perché di Carlo Franco Libero, che sarei io.

Comunque sia, con uno, due o tre nomi, ero pronto ad affrontare il mondo col sorriso nel cuore.

Io da bambino

Già, da bambino le cose hanno tutte un fascino particolare, diverso.

Ad esempio i miei genitori non li capivo proprio. Ricordo che spesso veniva a farmi visita qualche amichetto che abitava nel nostro palazzo, poi ci chiudevamo in camera a giocare. Se facevamo chiasso arrivava subito mia madre a dire: “Ragazzi fate piano! Altrimenti Carlo Franco Libero le busca!” Se giocavamo tranquilli, dopo un po’ arrivava lo stesso: “Come mai questo silenzio?” Portavo il nome di Libero, ma la mia libertà era poca. Però quella poca che avevo la usavo per imparare, per scoprire: all’età di otto anni potevo uscire con gli altri bambini, ma non potevo superare il secondo palazzo. Di fronte a casa nostra, a Sestri Ponente, si vedeva bene il monte Gazzo, ed ero convinto che dietro il Gazzo esistessero solo draghi e mostri oppure il nulla e che fosse tutto piatto. In ogni caso, pian piano imparavo a conoscere il mondo. Un giorno presi con mio padre l’autostrada da Pegli ed arrivammo a Nervi.

Poi da Nervi tornammo a Pegli senza fare l’autostrada. Quella volta capii che Genova era rotonda.

Tra un premio e l’altro

L’estate dopo, mangiando i Pavesini, avevamo vinto una vacanza: una settimana a Ronco Scrivia.

Ma non in centro, proprio sulla piazzola dell’autogrill Pavesi! Quando tornammo a casa ritrovai Genova lì, dove l’avevo lasciata. Così capii che Genova era ferma e siamo noi che ci muoviamo.

L’anno dopo, un altro premio: lavandoci le mani in un autogrill Pavesi vincemmo una settimana in un Motel Agip alla stazione di servizio di Milano Lambrate. Ero felice come una pasqua e per esternare la mia gioia cantavo. Ero l’incubo dei benzinai. Per farmi tacere mi regalarono diecimila bollini, che davano diritto a una vacanza a Genova, a casa mia. Tornai tra lo stupore dei miei genitori che, scoprii più tardi, sull’autostrada mi avevano abbandonato.  

Mio padre era operaio, mia madre casalinga. Insomma, soldi per i divertimenti: zero. Vacanze: ancora alla Piazzola Pavesi di Ronco, perché tutto sommato ci trovavamo bene. Una volta eravamo stati addirittura a Tortona, ma solo perché mio padre aveva sbagliato strada.

Un’infanzia in semi povertà vigilata

Mia madre mi raccontava di non aver conosciuto il minimo agio, da ragazza. La prima volta che le chiesero se gradiva una coppa di champagne, lei rispose: “No, preferirei un cono”.

Insomma, la mia è stata un’infanzia in semi povertà vigilata.

Io ad esempio desideravo una bicicletta, ma i miei non potevano e non hanno mai potuto comprarmela. Per le cose piccole mi accontentavano, un gelato ad esempio, mia madre non me lo ha mai negato. Per la bicicletta niente da fare. Mi diceva: “Una bicicletta? Non ti basta il gelato?” E no, che non mi bastava! Inventava pure delle scuse: facendo leva sulla mia ingenuità infantile, dichiarava che dopo aver fatto il bagno o la doccia, prima di comprare una bicicletta, dovevano passare almeno due ore. Così, per evitare di comprarmi la bici, ogni due ore mi faceva il bagno. Ero povero e senza bicicletta. Però pulito.

(Tratto da Secolo Focaccia e Fantasia di Carlo Denei)