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C’è chi dice no. Allo smartphone. Storia di G.

G o Giorgio – Foto di Krzysztof Kamil

C’è chi dice no. Allo smartphone. E’ la storia di G, 16 anni da compiere, che va in vacanza sconnesso. Sì, oggi parliamo di G o Giorgio come preferite. Una storia vera come quella del “precario tranquillo” dello scorso mese. Una storia diversa quella. Certo, ma una storia di vita come questa.

Giorgio o G, come preferite

Anche se solo per un’estate, Giorgio, nativo digitale e studente del liceo classico Francesco Vivona di Roma, è partito per le vacanze senza il suo smartphone. La madre credeva che lo avesse dimenticato per distrazione, invece, lui le ha spiegato che voleva disintossicarsi per un po’ e stare tranquillo. Così ha deciso di separarsi dalla sua scatoletta nera perché ha capito con la sua tenera sensibilità adolescenziale, che lo smartphone è un elemento inquinante e impuro, generatore di stress e di ansia.

Giorgio non è come Leopardi

Va subito precisato che Giorgio non è un piccolo Leopardi,solo, malinconico e complessato. Anzi, lui è un ragazzo bello, simpatico, sportivo e con tanti amici ed è per questo che la sua decisione è ancora più interessante.

Un caso strano, insomma, e allo stesso tempo esemplare, quello di Giorgio, che ha scelto volontariamente di sottoporsi a una prova quasi epica per un ragazzo della sua età e della sua generazione: tre settimane di vacanza senza telefonino mentre la maggior dei suoi coetanei vive in simbiosi con lo smartphone ed è incapace di staccarsi dal quel guinzaglio digitale attivo ormai giorno e notte. 

Articoli, statistiche e inchieste ci inondano quotidianamente, e inutilmente, di dati che documentano come l’uso e l’abuso dello smartphone, si sia trasformato in una vera e propria dipendenza per grandi e per piccini, che cambia e altéra la percezione della realtà. I ragazzi di oggi, in particolare, guardano il mondo attraverso l’occhio del loro cellulare cui dedicano non solo il loro tempo, ma anche il loro senso del tempo.

I dati dell’Osservatorio

I dati dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, dicono che cinque adolescenti su dieci, trascorrono circa sei ore della loro giornata extrascolastica attaccati ai telefonini e che l’uso dello smartphone è il terzo motivo dei litigi tra genitori e figli, dopo i due grandi classici delle liti in famiglia: il disordine e i compiti.

 Da questi conflitti scaturisce una piccola guerriglia familiare che genera una serie di punizioni, che sempre più frequentemente sono di tipo digitale. Il massimo della pena (nel 33% dei casi) consiste proprio nel sequestro dello smartphone, seguita dal cambio della password del wi-fi di casa o dal blocco della play station.

Uno studio coreano dimostra, che il telefonino è diventato una sorta di “psicofarmaco” per gestire la difficoltà a stare soli, secondo uno studio ungherese i ragazzi troppo dediti alle chat sono i più a rischio di deficit dell’attenzione, mentre i dati di uno studio tedesco sostengono che il telefonino crei negli adolescenti gravi disturbi del sonno.

Altri disturbi

E poi ci sono il vamping (svegliarsi durante tutta la notte per controllare i messaggi arrivati sul cellulare) e la nomofobia (no mobile phobia, l’incapacità di rimanere sconnessi), la text neck (la postura sbagliata), la cyberpsycology (disturbi dell’identità legata ai social).

 La letteratura in materia è molto vasta, i rimproveri dei genitori pressoché quotidiani ma i ragazzi non mollano perché ci deve essere qualcosa di misterioso e d’ipnotico nell’uso degli smartphone e nella santa alleanza cellulare più social, qualcosa di potente, che va oltre il reale (così come noi non nativi digitali lo abbiamo sempre percepito). Per gli adolescenti (tranne Giorgio) stringere nella loro mano una scatoletta scura significa stringere il loro mondo e il loro unico contatto con il mondo. Si tratta di una dipendenza, certo, ma di una dipendenza da cosa?