Globe Today's

Notizie quotidiane internazionali

Cambogia: da Siam Reap a Angkor Wat con Mr. Calzino

Cambogia simboli – Foto G.Hobster

Cambogia: da Siam Reap a Angkor Wat con Mr. Calzino. Sembra un titolo di un cartone animato per bambini e adulti. In realtà è la storia di un viaggio in Cambogia fatto da Alessandro e la sua Irene. La Cambogia. Ricordate per i più vecchi, la guerra del Vietnam, i Khmer Rossi? Qui in Cambogia si è fatta la storia più recente, ma la storia è tanta qui e avvolgente. Racconta, al solito di viaggi sì, ma soprattutto di tanto sentimento.

In Cambogia l’ottava meraviglia del mondo

Il padrone dell’ostello allunga la mano porgendomi un biglietto. Sopra vedo scritto “Mr. Sock”. Sarà lui a portarci al tempio khmer di Angkor Wat, costruito nel 1113. Urlo ad Irene “Oh, domattina ci viene a prendere Mr. Calzino”. Ridiamo di gusto. Poi aggiungo “Ti rendi conto di dove stiamo andando? Verso la storia, Irene, verso la storia” Ho speso l’ultima notte sulla tazza del bagno per colpa di un succo di frutta al mango ordinato in uno di quei “ristoranti” di cui era meglio diffidare. Soffrendo sulla tazza mi sono voluto convincere che “l’Asia è un baratto comunque vincente:si scambia il proprio stomaco con la sua bellezza”.

Mr. Calzino

Alle 4 di mattina scendiamo in strada dove Mr. Calzino ci attende impaziente. È un uomo ossuto dagli ultimi quattro denti sparpagliati in bocca che non lesinano a farsi sorriso, baluardi di una gioia che appare assai più naturale della mia. È proprio vero che non esiste la forma giusta di un sorriso. Intravedo appena la sua carnagione scura e una devozione verso i suoi nuovi ospiti che un po’ mi imbarazza. Ci affrettiamo a montare sul tuk tuk perché l’alba ha da diventare giorno in fretta e non può aspettare i nostri comodi. Mentre il trespolo parte, Irene stringe la mia mano sussurrando” L’alba al tempio di Angkor Wat, l’ottava meraviglia del mondo”. Una, due, tre volte. Quella parola le esce sensuale dalla bocca e rimbalza nella mia testa. Disco incantato sulla strofa più bella.

In viaggio verso il tempio di Angkor Wat

Come possa essere questo il momento per riflettere le faccende di una vita intera nemmeno Dio lo sa. Ho i baffetti gelati dal vento mentre viaggio su un marchingegno scassato in direzione di un tempio buddista, proprio io che con la religione ho sempre fatto a pugni per necessità di osteggiare gli insegnamenti di mia nonna. Danzano macabramente intorno a me i ricordi delle ore bruciate in passato a drogare la mia vita di effetti speciali. Io mi domando perché sono qui.

 Offro a Mr. Calzino dei biscotti al burro che avevamo preziosamente conservato nei giorni precedenti ma il tizio fraintende prendendosi la scatola intera. Dolcemente Irene accenna un sorriso quasi a volermi dire “Ricordati che viaggiamo per lasciare pezzi di noi”.

 Mi sorprende di lui la dignità col quale ciuccia i dolcetti, impossibilitato ad addentarli. La vita a queste latitudini non è ricamo ma rattoppo.

Irene

Arrivati all’ingresso di Angkor Wat balziamo giù ringraziando calorosamente Mr. Calzino. Irene sembra più madre che fidanzata, così intenta a tenere a bada la mia vitale frenesia di esperienze. La sto trascinando per mano al luna park della felicità e voglio pure comprarmi pure lo zucchero filato. Talvolta ricordo ancora come si fa ad essere bambino.

Il buio in attesa dell’alba

Angkor Wat ancora indefinito nella notte

Per raggiungere il punto di osservazione dell’alba si cammina circa dieci minuti in totale assenza di luce. Lascio altro di me a questa Terra: le impronte dei miei scarponi nella mota sono firme sudicie di un uomo vivo.  Si arriva al lago di fronte al tempio che il buio è ancora irremovibile a far da sentinella nell’attesa che gli spettatori siano comodi ai propri posti. Osservo l’omogeneità di un nero che sento pacifico mentre cerca di tenere a bada un Sole prepotente e frettoloso di prendersi la scena. Lo vedo lì il buio, così ancora ovunque a spingere giù quel grosso pallone arancione dicendogli “Aspetta ancora un attimo, non è il momento di venir fuori, impara a rispettare le regole”. Se Buio e Sole dialogassero sarebbero Padre severo e bimbo spocchioso.

Considerazioni interiori

Abbiamo il tempo di sistemarci di fronte al lago ad aspettare mentre lentamente intorno a noi le facce eccitate degli altri viaggiatori mi ricordano che le 5 del mattino sanno essere un orario ragionevole se in ballo c’è un’alba. E ancora, mi domando se siano anni sbagliati quelli in cui non si ha tempo di attenderla, l’alba. O forse ingiusti. Entrambi. Quando finalmente il Sole schiva i rimproveri severi e fa capolino dietro a quei mattoni di mille anni fa realizzo che in momenti come questi non c’è proprio un cazzo da dire.

Rosso, arancione, giallo, viola, blu

I primi timidi colori del giorno

 Il tempio inizia a specchiarsi vanitoso nel lago davanti ai nostri occhi. Io perdo parole nella campagna asiatica, Irene le mischia alle mie. Strano pensare che basterebbe un piccolo salto in avanti per caderci dentro a questo lago e finalmente urlare al mondo intero che stamattina hai deciso di nuotare dentro un tempio. E poco importerebbe essere considerato pazzo, eventualmente. Nessuno può dire con certezza quando inizia e finisce un’alba, io so soltanto che mentre Irene mi esorta ad andare avanti nell’esplorazione di questo mastodontico sito archeologico avverto l’irrequietezza nell’abbandonare qualcosa che considero non terminato. L’alba cresce ancora e si fa giorno maturo. Andandomene penso che sarò sempre riconoscente a questo cielo che da bambino generoso ha aperto l’astuccio dei colori nuovi dicendo “Quali usiamo per dipingere il cielo stamani?”. Rosso, arancione, giallo, viola, blu. Sono i colori potenti di un’alba cambogiana e un po’, forse, anche della mia esistenza.

“L’alba al tempio di Angkor Wat, l’ottava meraviglia del mondo” mi sembra ancora di udire.