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Avventure e disavventure del giovane Carlo

Con la chitarra si raccontano anche le avventure e le disavventure della vita

Avventure e disavventure di Carlo

Avventure e disavventure del giovane Carlo. In effetti c’è una certa assonanza, si insomma almeno qualche analogia con “il giovane Holden”. Il romanzo di Salinger descrive comunque le difficoltà di un giovane a confrontarsi con la sua realtà. Anche noi qui, seppur con le dovute differenze, ritroviamo il nostro allora giovane eroe, a “sbattere” contro una realtà che gli appartiene poco. Avventure e disavventure che fanno parte della sua vita da sempre.

I viaggi di gioventù

Se ripenso alla mia infanzia, una delle cose che mi faceva tribolare era spostarmi in auto, viaggiare.

Certo, un artista deve essere pronto a muoversi con qualsiasi mezzo, ma salire su un’automobile per me è sempre stata un’immane tortura. Anche il mio amico immaginario Jimmj Throschuen soffriva il mal di viaggio e non dipendeva dalle curve e neppure dalla velocità. Mio padre ad esempio andava talmente lento che sul cruscotto c’era la mia foto, con la scritta: “Papà metti la terza!”. Quella benedetta Fiat 500 mi ha fatto vedere i sorci verdi. Superata la fase delle vacanze all’autogrill Pavesi di Ronco Scrivia, avevamo preso a frequentare la Toscana. A quei tempi il viaggio era lungo e lo facevamo tutto in seconda. La macchina aveva pure la terza, ma mio padre non ci voleva credere. E dire che i miei genitori mi portavano in Toscana per rigenerarmi! Restavamo in Maremma un mese intero; mi rigeneravo, poi nel viaggio di ritorno riperdevo tutto il vigore. Specie da La Spezia fino a Genova, il percorso della statale era tutto a curve. In effetti c’era già l’autostrada, ma mio padre non ci voleva credere.

Stomaco debole il mio ( Come se fossi sano!)

Devo ammettere con amarezza che il mio stomaco si ribella a tutto ciò che è movimento.

Al Luna Park, tanto per fare un esempio, posso permettermi di fare pochissimi giochi. Naturalmente evito le montagne russe o i calcinculo, che per me sono cose da astronauti. Tanti anni fa passai un intero pomeriggio nel labirinto degli specchi, fu un giramento di testa dopo l’altro. Per liberarmi chiamarono i pompieri. Davo certe testate nei vetri che gli amici, per un paio d’anni, m’hanno soprannominato “La mosca”. L’unica attrazione del Luna Park che non mi causa problemi di stomaco è “Il toro”, quello che se prendi le corna e le stringi forte una contro l’altra, viene fuori la scritta “Ballerina”.

Al luna park con un obiettivo preciso

Le mie sortite al Luna Park erano, lo ammetto, provocate da un unico motivo: far breccia nei cuori femminili.

Per me era tutto un mistero. Avrei voluto darmi da fare, trovare una fidanzata, ma ero troppo timido, goffo e imbranato. Poiché le ragazze non impazzivano per me al Luna Park, puntavo tutto sull’arte, la solita musica come ancora di salvezza. Un piccolo Giacomo Leopardi con la chitarra, stessi sogni e, se si esclude la scoliosi, stesso fisico. Con la sola differenza che io non avevo manco uno straccio di Silvia cui dedicare i miei pezzi.

Le mie canzoni più belle

Una delle mie canzoni più fortunate parlava di un suicidio e s’intitolava “Vita, vita, via dalle balle”.

La prima volta che la cantai mi trovavo in una birreria del centro storico di Genova ed ero molto emozionato perché tra il pubblico c’era Gino Paoli. Di fronte a quel mostro sacro ero agitatissimo; sentivo che il mio pezzo avrebbe fatto schifo. E fece schifo! Il fatto è che io sono sempre stato bravo a prevedere gli eventi.

Un’altra canzone del mio repertorio sembrava destinata al Festival di Sanremo, poi fu scartata. Parla di un tradimento e questo è il breve testo. Se qualcuno di voi volesse provare a cantarla accompagnandosi con la chitarra, suggerisco un La minore e Mi maggiore.

Ho beccato la mia fidanzata a letto con un uomo

E lei mi ha detto: non è come pensi.

Era vero: nell’armadio ce n’erano altri quattro.

La canzone d’autore però non funziona con le donne, specialmente se vai in giro vestito anni ’70 come capitò a me fino a tutti gli anni ’90.

L’abbigliamento uno dei miei punti forti

L’abbigliamento adolescenziale mi è stato amorevolmente imposto dai gusti retrò di mia madre e, giocoforza, dalle solite ristrettezze economiche.

La cosa che più mi faceva soffrire quando abitavo con i miei genitori erano i complimenti di mia madre per com’ero vestito: se si complimentava, voleva dire che avevo sbagliato abbinamenti oppure che stavo andando a un funerale, perché lei ha sempre avuto questa mania dell’eleganza rigorosa, a pieghe. Mia madre mi stirava i jeans a zampa d’elefante, con la piega. Mi stirava le camicie con quattro pieghe a fuoco, che quando le mettevo sembravo uscito dal cassetto pure io.
Poi però i vestiti stretti, rotti o macchiati non mi permetteva di gettarli via. Mi diceva: “Te li metti per stare in casa”. Fosse dipeso da lei avrei dovuto girare per casa come un barbone. E a volte dovevo accontentarla. Un giorno successe un fatto davvero sconcertante: ero tranquillo tra le mie quattro mura domestiche, vestito da pezzente e suonò alla porta un poverello per chiedere l’elemosina. Appena mi vide scappò via dicendo: “Scusa, collega, ci sei già tu”.

Gli inverni miti della Liguria

Conquistare una donna per me era già impresa ardua, vestito come avrebbe voluto mia madre, poi, diventava impossibile.

D’inverno dovevo uscire agghindato da lappone: lei guardava il termometro sul terrazzino e toglieva almeno cinque gradi dalla temperatura che aveva appena letto.

Il fatto che noi, in Liguria, abbiamo inverni miti a lei non andava giù, così spesso mi minacciava, dicendo: “Carlo, hai visto che a Bolzano sono a meno dieci!?” “Sì, mamma, ho visto: Bolzano meno dieci, ma io vado a Bolzaneto!”

Il suo cavallo di battaglia è un proverbio genovese: “Né de mazzu né de mazzun nu te leva-a u pellissun” e cioè non togliere piumini, pellicce o cappotti né in maggio né in maggio inoltrato.

Così, anche in primavera, se mi vestivo con abiti troppo leggeri non mi lasciava uscire: prima dovevo superare una sorta di dogana, dove lei era armata di un “lana-detector” e se non avevo indumenti pesanti, ero costretto a tornare indietro, prenderli e indossarli.

Per uscire senza rimproveri dovevo mettere: berrettone di lanona su passamontagna da rapine, due sciarpe, guanti da sci e possibilmente una slitta.

Solo mia nonna era peggio di lei. Mia nonna, quando in televisione trasmettevano i campionati mondiali di sci, abbassava il televisore e alzava la stufa!

Avventure e disavventure con la prima auto

La mia prima automobile mi fu comprata dai miei genitori ma decise mia nonna il modello, spiegandomi: “Se compri una macchina con troppi spifferi, prendi freddo e ti ammali!” Così scelse una Fiat Panda Invernale. In Italia ero l’unico ad averla, la Fiat ne aveva costruito un centinaio per i lapponi.

Era la cosiddetta Panda 1000, dove 1000 non era la cilindrata ma i gradi. Era fatta tutta in lana grezza, aveva il riscaldamento acceso fisso, anche in agosto, i finestrini sigillati. Dentro c’era una puzza di renna da non resistere. Con quell’auto feci esperienze davvero uniche, le pochissime ragazze che ci salirono scendevano cotte – ma non di me!

In quella macchina ci fu un po’ meno caldo, solo la volta che prese fuoco.

Tratto da Secolo Focaccia e Fantasia di Carlo Denei