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“Armiamoci e partite”: il paradosso del riarmo

La celebre espressione “Armiamoci e partite” è attribuita a Olindo Guerrini (noto anche con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti), che ironizzava sul finto eroismo di chi incita alla guerra restando al sicuro

Armiamoci e partite - niente da aggiungere
Che c’è da aggiungere?

C’è una frase che la storia italiana conosce fin troppo bene: “Armiamoci e partite”. Un’esortazione apparentemente collettiva, che nella pratica si traduce quasi sempre in un invito rivolto a qualcun altro. Al popolo, di solito. A chi non decide, ma paga. A chi non firma i trattati, ma ne subisce le conseguenze.

Negli ultimi mesi questa vecchia massima sembra essere tornata di moda, lucidata a dovere e rilanciata con toni solenni da governi e istituzioni europee. L’Europa si riarma. L’Italia si riarma. I bilanci pubblici trovano improvvisamente spazio per missili, carri armati e sistemi d’arma avanzati, mentre per sanità, istruzione e welfare “non è il momento”.

Il nemico è noto, anzi notissimo: la Russia. Il volto del nemico ha un nome e un cognome: Vladimir Putin. Eppure, c’è un dettaglio curioso che raramente viene menzionato nei talk show: le popolazioni europee questa guerra non la vogliono. O almeno, non la vogliono quelle persone che non vivono perennemente col telecomando puntato sui telegiornali, che non subiscono quella che potremmo definire senza mezzi termini ipnosi da mainstream.

Il ruolo dell’industria bellica e l’opinione pubblica

Perché, al netto della propaganda, una parte consistente dell’opinione pubblica non prova alcun odio viscerale verso la Russia. Anzi, in molti casi prova rispetto, talvolta persino ammirazione, per una cultura millenaria, una storia complessa, un’identità forte. Non per i missili. Non per la guerra. Ma per ciò che resiste all’omologazione.

Allora la domanda sorge spontanea, e non è affatto complottista: a cosa serve questa corsa al riarmo? La risposta ufficiale è sempre la stessa: deterrenza, sicurezza, difesa dei valori europei. Parole nobili, rassicuranti, perfette per i comunicati stampa. Peccato che, nella realtà, ogni euro investito in armi sia un euro sottratto alla vita quotidiana dei cittadini.

E qui entra in scena un altro protagonista silenzioso ma sorridente: l’industria bellica. Un settore che non conosce crisi, che prospera nelle emergenze, che ringrazia educatamente ogni volta che un conflitto viene definito “inevitabile”. Le guerre passano, i produttori restano. E fatturano.

Nuove emergenze e controllo sociale

C’è poi un sospetto più inquietante, che nessuno osa formulare apertamente, ma che serpeggia sempre più spesso nelle conversazioni private: dopo la pandemia, serve un nuovo grande meccanismo di selezione? Una nuova emergenza globale, magari più definitiva, capace di ridisegnare equilibri economici, sociali e demografici?

È una domanda scomoda, certo. Ma non più assurda di quanto lo fosse, solo pochi anni fa, l’idea di confinare miliardi di persone nelle proprie case. La storia recente ci ha insegnato che ciò che ieri era impensabile, oggi può diventare normale. E domani obbligatorio.

Nel frattempo, i leader parlano di pace brandendo arsenali sempre più sofisticati. Un paradosso degno del miglior teatro dell’assurdo. Perché la pace, da che mondo è mondo, non nasce dall’accumulo di armi, ma dalla capacità di dialogare. Dalla diplomazia. Dal coraggio – sì, dal coraggio – di non seguire sempre la strada più rumorosa. Ma la diplomazia non fa share. La prudenza non fa audience. La pace non muove mercati. E così eccoci qui, ancora una volta: armiamoci. E partite. Sempre gli altri.

Pubblicato il: 27 Dicembre 2025
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