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“Arabo è donna”, il nuovo libro di Davide Borowski

Un viaggio attraverso l’opera poetica di sette poetesse

Arabo è donna - le sette poetesse di Borowski
Arabo è donna – le sette poetesse di Borowski

Sette poetesse contemporanee, che provengono dall’Egitto al Marocco, dalla Tunisia al Kuwait fino alla Palestina. Davide Borowski le incontra, le intervista, intesse con loro un dialogo e ne indaga l’opera poetica nella convinzione che solo le voci femminili esterne all’Occidente possano restituirci lo spirito letterario dei tempi.

La storia orale raccoglie dialoghi, memorie e testimonianze vissute, restituendo il passato attraverso il suono della voce umana. In questo libro, Davide Borowski sceglie di servirsene per raccontare vite e opere di sette poetesse contemporanee provenienti da quello che, con molta approssimazione, viene chiamato mondo arabo: Amirah Al Wassif, Ahlam Bsharat, Nadra Mabrouk, Imèn Moussa, Dalila Hiaoui, Mona Kareem, Mouna Ouafik. Incontri, conversazioni, frammenti di biografie e pratiche poetiche che si intrecciano a contesti politici, linguistici e affettivi complessi. La voce diventa così spazio critico, gesto di presenza, forma di relazione, capace di sottrarsi alle semplificazioni e di restituire densità e singolarità, nel rispetto.

Abbiamo fatto qualche domanda allo scrittore

Nel libro evochi una suggestione forte, speculare a quella che spinse Alberto Arbasino a scrivere Parigi o cara. Perché, secondo te, oggi sono proprio le voci femminili esterne all’Occidente a poterci restituire lo “spirito letterario dei tempi”?

La nostra è un’epoca che in Occidente, da qualche tempo in qua, percepiamo come strana. L’instabilità degli scenari geopolitici inizia ad essere percepita anche qui da noi; improvvisamente ci accorgiamo che la Storia non era finita affatto, come qualcuno aveva ingenuamente decretato negli anni Novanta, ma aveva solo rallentato il passo, e solo da noi. Nel resto del mondo, no; ma a lungo non ce ne siamo accorti, o abbiamo preferito non accorgercene, perché le opinioni pubbliche delle democrazie occidentali hanno vissuto per anni dentro una sorta di bolla psicologica e identitaria, convinte che il benessere fosse irreversibile e che la modernità liberale rappresentasse il punto terminale dell’evoluzione umana.

C’era di sicuro molta arroganza in questo modo di vedere le cose; e anche una specie di amnesia selettiva, perché l’idea che l’evoluzione segua per tutte le culture lo stesso itinerario è smentita dalle vicende storiche. Se uno guarda al Novecento mediorientale se ne rende conto, subito. Nel 1975 Beirut era una città in cui si poteva uscire da un cinema che proiettava Godard, attraversare una strada piena di librerie francesi e finire, mezz’ora dopo, in mezzo a una sparatoria tra milizie. Sarebbe una buona trama per un film o un romanzo, ora che ci penso, una sorta di Prima della pioggia in cui si svolge tutto nello stesso posto, senza bisogno di oscillare tra Londra e Macedonia. Negli stessi anni, a Teheran, i figli della borghesia ascoltavano musica occidentale nei locali eleganti mentre, poco distante, covava già la rabbia che avrebbe portato alla rivoluzione khomeinista.

Ho citato qui l’Iran…

anche se non è un Paese arabo, proprio perché è uno dei posti dove in Medio Oriente la frattura tra l’occidentalizzazione e il fatto di prendere una strada diversa, quella dell’Islam sciita come fondamento di tutta una società, è stata più forte. Con ciò non voglio dire che tutti gli iraniani lo volessero, anzi… ed è per questa ragione che in quella società certe fratture sono più evidenti, arriva fino a noi la sensazione che il tessuto sociale su certe scelte sia proprio spaccato. Poi magari semplifichiamo, fraintendiamo le ragioni profonde, ne capiamo poco: però intanto la sensazione ci arriva, risuona molto forte anche attraverso lo spazio geografico.

Continua…

Le culture si contaminano sempre a vicenda, prendendo le une dalle altre ciò che trovano utile, ma l’idea che tutta una cultura – quella occidentale – dovesse essere assimilata in blocco dalle altre era alquanto ingenua. Può darsi che abbiamo deciso di crederci perché ci lusingava, come a volte si decide di credere a quei complimenti che si fanno per convenzione sociale e che non hanno nulla di autentico; perché, sotto sotto, ci piacciono e vogliamo pensare che siano veri.

Il resto del mondo osservava l’Occidente e lo studiava appassionatamente, perché voleva ottenere ciò che esso aveva già acquisito con qualche decennio di vantaggio: tecnologia, benessere, prosperità. Ma l’idea che si fossero innamorati del nostro modo di vivere e volessero copiarlo in blocco, guardando alle situazioni di oggi, pare così ingenua che si fa fatica a capire come abbiamo fatto a prenderla sul serio. E mentre da noi la Storia aveva rallentato un bel po’, altrove continuavano le guerre, gli esili, le repressioni, le rivoluzioni fallite, le autocrazie, i conflitti identitari, ed almeno altre venti cose che non mi vengono in mente.

Prosegue…

La nostra letteratura ha perso l’abitudine a gestire parole e temi come guerra, frontiera, crisi energetica, censura, propaganda, scarsità di risorse, forme pervasive di controllo sociale; ma in altre parti del mondo – nel Mediterraneo arabo, in Palestina, in Egitto, in Libano – queste parole non hanno mai smesso di essere materia quotidiana. Il mondo arabo dell’area mediterranea, che è particolarmente vicino a noi, si presta in modo particolare a essere una sorta di specchio del nostro; non possiamo fare a meno di guardarci a vicenda, siamo sulle sponde opposte di un mare piccolo, noi vediamo loro e loro vedono noi.

Per lungo tempo ci siamo fatti l’idea che venissero qua perché vogliono essere come noi; ma se si legge una poesia come Parisienne de Dagana di Imèn Moussa, e la si contestualizza, allora si capisce che la questione è un bel po’ diversa. La letteratura scritta dalle donne, in questo senso, diventa particolarmente interessante, perché si colloca spesso nel punto esatto in cui le contraddizioni esplodono. Le poetesse arabe contemporanee parlano da società attraversate simultaneamente da modernizzazione, religione, capitalismo globale, familismo, diaspora, memoria coloniale. Vivono da molto tempo dentro sistemi che cambiano velocemente ma non in modo lineare. Ora, i sistemi in cui viviamo noi cominciano sempre di più a somigliare a quelli in cui vivono loro, per cui loro hanno già maturato parole e metodi per raccontare ciò che da noi è allo stato embrionale.

Come è nata la selezione di queste sette autrici (Amirah Al Wassif, Ahlam Bsharat, Nadra Mabrouk, Imèn Moussa, Dalila Hiaoui, Mona Kareem, Mouna Ouafik)? C’è un filo rosso invisibile che le unisce, al di là dell’area geografica e della lingua?

Fermo restando che, come dico anche nel libro, queste poetesse non scrivono tutte in arabo, ma alcune si esprimono nelle lingue della diaspora, inizialmente avevo proposto l’intervista a un nucleo di autrici molto più ampio. Il libro che avevo immaginato era più una storia collettiva… Quando si parla di storia orale, è difficile non pensare a quel testo straordinario che è L’ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, e io avevo in mente qualcosa del genere. Avevo chiesto di partecipare a Zeina Beck, Dana Dajani, Batool Abu Akleen, Afra Atiq, Farah Chamma, Hala Alyan, e diverse altre. Alcune non hanno neanche risposto alla mia mail, altre hanno detto di no.

In un caso, quello di Farah Chamma, le ragioni del “no” erano così interessanti che ho scelto di parlarne nel libro. È puramente ozioso pensare che un libro come il mio, che non può esistere senza la cooperazione delle poetesse coinvolte, non dipenda – anche nella sua materia viva, narrata – dalle condizioni in cui viene scritto. Quando mi è stato chiaro che avrei avuto a disposizione sette poetesse e non di più, il progetto è diventato maggiormente focalizzato sulle soggettività di ciascuna, e chissà che non sia stato meglio così. Quindi direi che la prima cosa che queste autrici hanno in comune è che sono quelle che hanno accettato di partecipare.

Prosegue…

Se un filo rosso c’è sul piano dei contenuti, lo desumo a posteriori, adesso che il libro è in circolazione. Quando ho riletto le bozze del libro, prima della pubblicazione, è emerso ai miei occhi che ciascuna delle poetesse coinvolte si porta dietro un pezzo di mondo, una rete di storie che aiuta il lettore occidentale a familiarizzare con una cultura letteraria che, senza contestualizzazione, viene immancabilmente letta attraverso le lenti dell’esotismo o del pregiudizio, che sono sempre ingannevoli. Ahlam Bsharat, per esempio, viene dalla Palestina rurale.

Noi europei spesso pensiamo la Palestina soltanto come oppressione, terrorismo, checkpoint, coloni israeliani che si insediano, muri, immagini di devastazione trasmesse dai telegiornali. Tutto vero, naturalmente; ma la Palestina è anche un posto in cui dei ragazzini rubano i fichi dagli alberi, in cui le nonne discutono animatamente su come si prepari davvero il maqluba, in cui i ragazzi flirtano su Instagram e poi magari, mezz’ora dopo, devono attraversare un checkpoint armato per tornare a casa.

Nei testi di Ahlam Bsharat c’è ovviamente il rapporto con l’oppressione israeliana e l’occupazione; però c’è anche la vita agricola, il rapporto con gli animali, la famiglia, la collina, l’infanzia. C’è un popolo che continua ostinatamente ad avere una quotidianità, con tutte le contraddizioni di una società che – al netto dei problemi con gli israeliani, che ci sono sempre – per le donne non è sempre una società facile in cui vivere. Ahlam racconta come la sua condizione di intellettuale e scrittrice donna abbia sempre implicato complessità e contraddizioni in seno ai rapporti con la famiglia, gli uomini della sua vita, la carriera.

Continua…

Mona Kareem, invece, viene da una minoranza apolide del Kuwait. E lì entra in gioco un’altra storia quasi sconosciuta in Europa: quella dei Bidun, persone prive di cittadinanza. Ora, immaginate cosa significhi crescere sapendo che il tuo stesso status giuridico è nebuloso: viaggiare, studiare, lavorare, qualunque cosa tu faccia è sempre soggetta alle decisioni e ai voltafaccia di un potere politico che raramente è benevolo. La citazione di Jake La Furia nel capitolo che riguarda Mona – “è sempre stato lo Stato contro la gente, Godzilla contro Rodan” – non l’ho scelta a caso. La vicenda di Mona si porta appresso una rete di storie, che riguardano l’identità dei Bidun, il modo in cui vivono… il modo in cui sono costretti a vivere.

Questa donna, ogni volta che vuol rivedere la propria famiglia, passare un po’ di tempo coi suoi consanguinei, deve fare una specie di Gioco dell’Oca col mappamondo che è tutto men che divertente. Raccontare questo significa raccontare un mondo che riguarda non solo lei, e mettere in circolo la sua poesia è l’occasione per dare voce a quel pezzo di mondo. Mi viene in mente adesso, rispondendo a questa domanda, è che tutte queste autrici scrivono da una condizione di instabilità. Nazionale, linguistica, familiare, politica, perfino intima. E probabilmente è per questo che le loro poesie hanno una temperatura emotiva così rovente.

Hai scelto di utilizzare lo strumento della storia orale, dove la voce umana si fa memoria e testimonianza viva. Che tipo di intimità e di verità editoriale si riesce a raggiungere attraverso il dialogo diretto che la saggistica tradizionale non permette?

Non credo che la saggistica tradizionale sia incapace di dire la verità, o ci siano verità che le sono precluse. Libri come The Fall of Public Man di Richard Sennett o Power and Prosperity di Mancur Olson secondo me dicono verità che un romanzo, o un volume di storie orali se è per questo, farebbero molta più fatica a raccontare; e forse non ci riuscirebbero proprio. Nel saggio La responsabilità personale sotto la dittatura Hannah Arendt esprime in poche e cristalline frasi delle verità così urticanti, così disturbanti, che ogni tanto sento l’esigenza di rileggerle per godere della pura emozione di prendere atto, nel gesto della lettura, che un libro può tramandarci concetti di così terribile potenza.

Direi che l’uso della storia orale consente semmai, in alcuni casi, di restituire il modo in cui gli esseri umani arrivano a quelle verità. E il percorso, a volte, è importante quanto la conclusione. La voce umana tentenna, si corregge, accelera o si spezza quando tocca un ricordo doloroso, si illumina parlando di dettagli apparentemente marginali. In un testo che nasce in forma scritta molte di queste cose spariscono; la lingua si ripulisce, diventa più ordinata, ma al tempo stesso meno viva.

Mi colpisce sempre il fatto che le persone, quando raccontano davvero qualcosa che le riguarda profondamente, inizino quasi sempre a divagare.

e…

Mi par di ricordare che Alessandro Barbero abbia detto che gli storici adorano le lettere private proprio per questo motivo: uno magari sta scrivendo di una guerra, e poi all’improvviso si lamenta del prezzo del pane o del fatto che gli si siano bagnati gli stivali mentre attraversava una palude nei ranghi di un esercito. Ed è così che noi magari veniamo a sapere che gli stivali in dotazione a quell’esercito erano una schifezza! E se nelle lettere va così, nella storia orale è ancora più vero.

Emergono ricordi che le persone non sapevano neanche di possedere, o dettagli sulla vita quotidiana che altrimenti non avresti conosciuto. In alcuni casi, dalla mancanza di dettagli puntuali ti rendi conto di come certi episodi siano un rimosso collettivo importante: è il caso di Sabra e Shatila, il massacro commesso dai miliziani libanesi con la complicità delle forze armate e dei vertici di governo israeliani.

Quando racconto quell’episodio

…e interrogo diversi testimoni indiretti su ciò che ricordano, le risposte sembrano tutte filtrate da una sorta di foschia narrativa e lessicale. È una cosa che trovo molto significativa. Le persone ricordavano perfettamente certe sensazioni – la paura, il disorientamento, la percezione che “fosse successo qualcosa di enorme” – ma faticavano a ricostruire con precisione la sequenza degli eventi. Come se il trauma avesse consumato i contorni delle loro esperienza, rendendoli incerti e in qualche modo permeabili. Da un fatto come questo ti rendi conto che la memoria degli esseri umani non funziona come un archivio statale. Somiglia molto di più a una città bombardata, dove alcuni edifici restano miracolosamente in piedi laddove interi quartieri finiscono in cenere. La storia orale, secondo me, serve anche a capire dove – e a causa di quali fattori – una società prova dolore, vergogna, paura. Aiuta a indagare quali ferite sono ancora aperte.

Il tuo libro non vuole essere un “canone” né un repertorio ma un “attraversamento”. Con quale spirito ti sei avvicinato alle loro biografie per evitare la trappola del paternalismo culturale o dell’esotizzazione occidentale?

Con la paura di sbagliare, ovviamente! Perché gli errori possibili erano tanti, e tutti o quasi facili da commettere. Probabilmente ne ho anche commessi, senza accorgermene. Quando piove, ti bagni.

L’esotizzazione nasce solitamente quando qualcuno guarda una cultura come un oggetto estetico invece che come una realtà abitata da esseri umani. Il punto è che le culture, oltre a produrre oggetti estetici – monumenti, musica, letteratura, suppellettili, abiti – lo diventano, di fatto, esse stesse nel momento in cui vengono rappresentate pubblicamente in forma più o meno sintetica. Pensa al nostro Rinascimento: non è solo un periodo storico, è un brand. E non è mica nato per essere venduto ai turisti, ma molto prima! Il primo a renderlo tale è stato il Vasari, quando parlava e scriveva di Rinascenza. Ogni volta che noi sintetizziamo l’esperienza umana e i suoi dati culturali, per descrivere un movimento artistico o per spiegare una corrente filosofica, ne facciamo anche un oggetto estetico: tali sono il Surrealismo, l’Impressionismo, la Scuola di Atene, e potrei continuare a lungo ma penso che ci siamo capiti.

Ormai …

…quasi nessun turista straniero arriva in Italia senza avere già in testa una galleria di immagini prefabbricate: il gondoliere veneziano, la nonna che impasta la pasta fresca, il maschio italiano seduttore, gli innamorati che girano in Vespa sul Lago Maggiore, la Fiat 500 parcheggiata davanti a un muro scrostato color ocra. Alcune di queste immagini contengono elementi veri, naturalmente, o che sono stati veri in un momento storico dato; però si produce sempre quel movimento del pensiero, vuoi per pigrizia vuoi perché certe immagini sono più suggestive di altre, per cui una cultura diventa una specie di fondale teatrale permanente. Edward Said lo aveva capito benissimo: l’Oriente, in certi racconti occidentali, smette di essere un insieme di società vive e contraddittorie e diventa una scenografia mentale costruita per soddisfare aspettative estetiche europee. A quel punto non stai più guardando delle persone, ma l’idea che ti sei fatto di loro.

Io…

…ho cercato di fare il contrario. Non volevo che queste poetesse apparissero come “voci dal misterioso Oriente”, formula che mi fa venire l’orticaria solo a sentirla. Volevo che emergessero come esseri umani contemporanei: donne che litigano con la famiglia, che si innamorano, che si annoiano, che lavorano, che hanno rapporti contraddittori con la religione, con la lingua araba, con l’Occidente, perfino con l’idea stessa di appartenenza.

Quanto al metodo, io non mi distanzio mai molto dall’approccio per cui mi siedo davanti a una persona e le chiedo di raccontarmi delle cose, nel modo che preferisce, con le digressioni e i tempi che vuole. Poi magari approfondisco, chiarifico, intuisco che il lettore ha bisogno che certi “non detti” diventino espliciti: ma lo faccio sempre chiedendo, mai giungendo a conclusioni. Ogni volta che posso, faccio parlare loro: le poetesse. Quando penso che possa tornarmi utile un punto di vista laterale, o una angolazione diversa, mi rivolgo a un’altra persona: che faccia sempre parte di quella cultura, però, come diversi testimoni di fatti storici, o studiosi di letteratura e sociologi da me coinvolti; o che la conosca come oggetto di studio approfondito, come Annalisa Bocchetti.

Questo è lo spirito col quale ho intervistato tutte le persone coinvolte nel progetto, che non si limitano alle poetesse ma sono più di quaranta. Ci sono veramente pochi casi di soggetti non direttamente coinvolti nella cultura e nel mondo arabo, come Tiziana Ferraiolo e Zeudi Zacconi: si tratta di persone che ho intervistato perché mi interessava il loro punto di vista su questioni non specifiche della cultura araba, come la poesia performativa o l’ispirazione poetica.

Io…

…ho cercato di partire da un presupposto molto semplice: queste poetesse non sono “finestre sull’Oriente”. Sono scrittrici contemporanee. Tra l’altro, storicamente, il mondo arabo è sempre stato molto più internamente plurale di quanto immaginiamo. Pensiamo all’Egitto degli anni Cinquanta: cinema, socialismo panarabo, femminismo laico, copti, islamisti, francesizzazione delle élite. Oppure Beirut negli anni Sessanta, che era un laboratorio culturale pazzesco e al tempo stesso una polveriera. L’idea di un “mondo arabo monolitico” è una fantasia occidentale comodissima, ma falsa.

Per questo nel libro lascio molto spazio alle loro contraddizioni. Non volevo trasformare queste donne in simboli. I simboli sono muti, le persone no.

I contesti da cui provengono queste autrici (dalla Palestina al Kuwait, dal Marocco all’Egitto) sono densi di complessità politiche e sociali. In che modo la loro poesia si fa “gesto di presenza” e spazio critico capace di sfidare le semplificazioni geopolitiche a cui siamo abituati?

Perché la poesia costringe a rallentare, espone i dettagli e le contraddizioni. Una buona poesia contiene spesso elementi contraddittori: pensa al Canto notturno del pastore errante dell’Asia, e a come egli viva l’incanto della natura che lo circonda e al tempo stesso quella stessa natura lo faccia sentire insignificante. O a Montale, che invidia l’uomo “che va sicuro, agli altri ed a se stesso amico”: ma se egli fosse tale non avrebbe mai scritto quella poesia, nel modo in cui l’ha scritta.

Prendiamo il tema religioso. In Europa siamo abituati a pensare che emancipazione femminile significhi automaticamente secolarizzazione. Poi vai al Cairo e trovi studentesse musulmane che discutono il Corano in chiave emancipatrice. Oppure pensiamo alla diaspora: da noi viene raccontata spesso come volontà di integrazione. Ma alcune, tra le poetesse del libro, vivono l’esperienza diasporica in modo assai più lacerante: sentono contemporaneamente nostalgia e soffocamento verso la cultura d’origine.

Nel libro parlo proprio di questa tensione linguistica e identitaria, sulla quale si innesta l’esperienza del vivere in un certo posto, seguendo o rifiutando determinate usanze. La poesia allora diventa un gesto di presenza perché dice: “Io sono qui, ma non nel modo in cui vorresti catalogarmi, non con le etichette che mi hai appiccicato addosso, perfino qualora tu lo abbia fatto in buona fede”: come accade nel caso di molta mitologia progressista sulle migrazioni e sull’integrazione sociale. È un modo di sottrarsi alle riduzioni.

Nel testo la “voce” diventa una forma di relazione. Che cosa speri che rimanga nel lettore occidentale dopo aver ascoltato, attraverso le tue pagine, questo coro di voci femminili così distanti eppure così centrali per il nostro presente?

Spero che restino le loro storie, perché alla fine sono quelle che contano. Io sono uno che si è trovato a passare.

DAVIDE BOROWSKI è attivo nel circuito italiano dei poetry slam ed è stato finalista della sezione poesia del Premio Fabrizio De Andrè nel 2025; cura la regia e la produzione del podcast di letture di poesia Banda poetica. Il suo sito, con un ampio approfondimento sui temi e le autrici protagoniste di questo volume, è: www.davideborowski.eu

Pubblicato il: 29 Maggio 2026
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