Il salotto letterario di Daniela: incontro con Franca Acquarone

Incontriamo Franca Acquarone, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice che, pur vivendo a Mondovì, conserva un profondo legame con Ormea, la cittadina sul Tanaro in provincia di Cuneo dove è nata e che spesso ritroviamo nei suoi libri. Ha scritto racconti, a volte pubblicati in raccolte o con altri autori, con i quali ha vinto diversi premi letterari. Ricordiamo la sua opera prima, Patate, Latte e Castagne con Sebastiano Castellano (2007, ed. Araba Fenice) e le altre raccolte, tutte uscite con la stessa casa editrice: Martino va Soldato (2011), I Racconti del Treno (autori vari, 2015) e Gli Amici di Prato Verde (2020). Segue nel 2021 Le masche tra noi, pubblicato con Bruno Vallepiano per Fusta Editore.
Ha scritto quattro romanzi: Ubago (2012, ed. Alzani) che ha vinto il Premio letterario Città di Ventimiglia, Tanaro Amaro (2022, ed. Araba Fenice) con cui ha ricevuto una menzione al concorso di Monastero Bormida, Quello che non sai più dire che nel 2023 ha vinto il concorso letterario Liberetà, pubblicato dalla casa editrice associata al premio. Il suo ultimo lavoro è Vite che s’intersecano (2025, Philobiblon edizioni).

Ciao Franca, piacere conoscerti e grazie per aver accettato di partecipare al mio salotto letterario. Leggo nella tua biografia che sei psicologa e psicoterapeuta, che scrivi racconti e romanzi da quasi vent’anni e che hai dei figli. Come sei riuscita a conciliare tutte queste tue attività? Raccontaci un po’: chi è Franca Acquarone?
Sono nata a Ormea, un paese dell’Alta Val Tanaro, sono figlia di una terra di montagna in cui si è abituati ad andare in salita, sollevando i piedi per non inciampare. Sono cresciuta con gli orari scanditi dal fischio della fabbrica, una cartiera, in cui lavorava mio padre. Poi la cartiera ha ridotto la produzione fino a chiudere i battenti. Io me ne ero già andata, Torino, l’università, un figlio, il lavoro in Asl, sono stata la prima psicologa, psicoterapeuta assunta nei tempi in cui parlare di psicologia sembrava far unicamente riferimento al manicomio.
Qualcuno prendeva appuntamento di nascosto per non essere considerato matto. Un altro figlio, alcune soddisfazioni professionali: si riusciva a far nascere il primo servizio di psicologia dell’Azienda Sanitaria, ne sono diventata direttore. Altri tempi, i miei figli sono cresciuti e io ora sono in pensione, scrivo e faccio la nonna, ho due meravigliose nipotine. Vado in montagna a camminare, non grandi cime, passeggiate nel bosco, alberi, fiori. Ho una vecchia casa a Ormea e lì coltivo un orto e fiori, molti fiori. Ho avuto per lungo tempo un cane, abbiamo fatto passeggiate e incontrato persino il lupo, adesso vorrei un gatto. Un gatto tigrato, grigio magari, con gli occhi verdi. Ma non importa, comunque sia andrà bene.
Quando hai cominciato a scrivere? Come ti è venuta l’ispirazione? Cosa ti ha spinto?
Scrivere, lasciare una traccia, condividere, lo faccio, mi pare, da sempre. L’inizio… non ho ben chiaro dove collocare il punto d’inizio del raccontare, forse perché ho raccontato sempre; inventavo storie per i miei figli che, bambini, amavano sentirle narrare sempre nello stesso modo, così finivo per scriverle per non dimenticarle. Il desiderio di scrivere è poi diventato qualcosa di diverso, direi qualcosa di più profondo, volevo che nelle narrazioni ci fossero i paesaggi, il mondo in cui ero cresciuta e le vicende di personaggi che lì intrecciavano le loro storie. Ormea è un posto di confine: non è né Piemonte, né Liguria, né Francia. È un posto di confine e di passaggio, le mie sono spesso storie di passaggio: passaggio tra territori, passaggio tra cicli di vita, passaggio tra fasi della piccola e della grande Storia…
Passato, presente e qualche volta una apertura su qualche aspetto positivo del futuro, nonostante la consapevolezza del buio dei tempi in cui stiamo vivendo. Mi chiedi dell’ispirazione, ti posso dire che spesso trovo il bandolo della matassa mentre cammino, mi sembra che i luoghi, ancora prima dei personaggi e delle vicende, reclamino di essere raccontati. A volte lo fanno con delicatezza, in altre occasioni sono prepotenti e sfacciati allora si impongono e obbligano i personaggi a plasmarsi come vogliono loro. La motivazione inizialmente era di tipo “conservativo”, nata nel momento in cui mi sono resa conto che era necessario “mettere al sicuro” lo spirito del tempo e del luogo in cui sono cresciuta, perché il mio piccolo paese montano di confine andava perdendosi. È così che è nato Patate, latte e castagne. All’inizio era una sorta di desiderio di conservare e anche di restituire. Restituire memoria attraverso la narrazione.
La tua capacità di analisi psicologica ti aiuta a descrivere i personaggi delle tue storie?
Quando scrivo non mi ricordo di essere una psicologa, non ci penso mai, forse i miei personaggi lo sanno, ma difficilmente se ne interessano. Lasciano comparire qualche aspetto di sé, altri aspetti restano nell’ombra; io vorrei che fossero capaci di fare emozionare, vorrei che lasciassero trasparire ciò che serve per consentire a chi legge di identificarsi, provare qualcosa per loro, sia in senso positivo che negativo. Poi è pur vero che professionalmente sono stata una psicologa per gran parte della mia vita e penso che, ma magari mi sbaglio, questo mestiere abbia finito per essere parte della mia identità.
Spesso nei tuoi libri ritroviamo le tue origini, penso per esempio a “Tanaro Amaro” una storia ambientata nell’Alta Val Tanaro in cui racconti una vicenda oscura ambientata a Ormea che coinvolge la cartiera che dava lavoro a tante persone… come ti è venuta l’idea? È una storia vera?
Ormea può essere definita attraverso alcuni aspetti che sono paesaggio e storia: Tanaro, Ferrovia e Cartiera. Tanaro amaro è un romanzo che parla di una vicenda, il rapimento di una bambina, che non è una storia vera, ma tutto il contesto è sicuramente ancorato alla realtà, il Tanaro con le sue alluvioni, la Cartiera con la sua carta pregiata, la Ferrovia con i suoi treni a correre fra Ormea e il Piemonte. Noi Ormeaschi non ci sentiamo né Liguri, né Piemontesi, Ormea è terra di transito, di passaggio. La Cartiera per Ormea è stata la vita, adesso è una fabbrica chiusa, in rovina. Volevo farla rivivere almeno in un romanzo.
Hai scritto anche delle storie di streghe, masche, come si dice in Piemonte. Come ti è venuta l’ispirazione? È un libro per ragazzi oppure è rivolto un po’ a tutti perché raccoglie fatti e miti tramandati di generazione in generazione?
“Le Masche tra noi” è un libro scritto durante la pandemia. Mascherine: forse non è un caso che sui nostri nasi e sulle nostre bocche ci fossero le mascherine; Masca sembra derivare etimologicamente da maschera e con Bruno Vallepiano abbiamo scritto, tra il telefono e le mail, visto che non si poteva uscire, una serie di racconti tratti, alcuni, dalle narrazioni fatte durante le veglie invernali nelle stalle, altri dalle storie delle donne accusate di stregoneria. Le Masche ci hanno aiutato a superare il tempo dell’isolamento e hanno dato senso al tempo dell’attesa. Poi sono diventate un libro per grandi, anche se qualche storia si può raccontare anche ai bambini come già avveniva nelle veglie invernali delle stalle delle nostre montagne.
Nel 2023 arriva il tuo romanzo Quello che non sai più dire in cui racconti la malattia di tua madre. Posso chiederti cosa ti ha spinto a mettere nero su bianco la sua (e la tua) storia?
Non è stato facile scrivere questo libro, o meglio non è stato facile decidere di pubblicarlo. Ti rispondo brevemente, ho scritto la storia di una malattia ma anche la storia di una vita, il libro alterna il presente e il passato, di solito è una frase o anche solo una parola che innesca il processo della memoria. La memoria è la mia, la malattia è la sua, ma i due aspetti finiscono per diventare una cosa sola. Mia madre fa risuonare l’esigenza della narrazione.
Le sono stata infinitamente grata per avermi dato l’opportunità di rievocare e di scrivere. Lei, che ormai non aveva più le parole per narrare, regalava a me il desiderio di fermare il ricordo e trasmetterlo. Ma non era solo questo: mi dava anche l’opportunità di meglio affrontare una malattia devastante come l’Alzheimer trovando le parole che poi sarebbero risuonate anche in altri che hanno letto e si sono riconosciuti nella narrazione.
Anche nel tuo ultimo romanzo Vite che s’intersecano il paesaggio è importante – in questo caso il Ponente Ligure con il suo mare e i suoi olivi – ma le vicende che racconti descrivono la fatica di vivere, d’inseguire i propri sogni e desideri. Ce ne vuoi parlare?
La narrazione prende avvio tra gli ascensori e le scale dell’unico grattacielo di Oneglia, un palazzone di una ventina di piani in cui si intrecciano le vicende dei protagonisti. Si tratta di persone comuni che però, a ben guardare, hanno vite complesse, un professore in pensione, un ferroviere e la moglie con una storia di migrazione, non quella di cui tanto si parla oggi, ma la migrazione dalla Sardegna e dal Sud che ha caratterizzato le città del Nord nel nostro passato recente. Storie di “spaesamento”, di nostalgia per ciò che si è costretti a lasciare, di dolori da elaborare e di gioie da saper conservare.
C’è Samanta un’adolescente tormentata che dovrà trovare la forza di lasciare la stanza in cui si è caparbiamente rinchiusa, tra telefonino e computer, per proiettarsi verso il futuro. C’è Marilena che già ha saputo cambiare molto, lasciando una relazione tossica, e che trova inaspettatamente, grazie a un gatto, la via per l’amicizia. E’ una storia di intrecci di sofferenze ma anche di speranze tra aspettative deluse e possibilità inaspettate, tra il mare della Liguria di ponente, la Sardegna e l’entroterra della valle dell’Impero.
Che progetti hai per il futuro?
Vorrei completare un libro di storie per bambini. In fondo spesso i cerchi si chiudono con quello con cui si era cominciato. Dico questo perché ogni volta mi propongo di smettere di scrivere e poi ci ricasco. Chissà, se dovessi scrivere nuovamente qualcosa per i bambini potrei forse smettere davvero. Il fatto è che non ne sono affatto sicura, vedremo, forse la scrittura è davvero una malattia. Sul fondo del computer c’è anche il progetto di un lavoro che parla di Cartiera. Vedremo.
Ci lasci una citazione da uno dei tuoi libri preferiti? Giusto un assaggio!
“L’umanità per propria natura tende a darsi una spiegazione del mondo nel quale è nata. È questa la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l’infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia”.
Grazie di cuore, Franca.



