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2024: pari opportunità

Pari opportunità

Pari opportunità: mezzo uomo e mezza donna
Pari opportunità! (Geralt)

Parlare nel 2024 d’invito alle pari opportunità nel mondo del lavoro sembrerebbe un paradosso come quello di chiedersi se dietro la cattedra di un’aula cattedra scolastica sia meglio avere un insegnante maschio o femmina. Partendo dal presupposto che siano entrambi preparati nella loro materia, aldilà del sesso, sarà più produttivo un docente che prenda l’aula come una palestra di attività per condurre ciascuno dei suoi allievi all’autorealizzazione di un altro che consideri la scuola soltanto come una semplice trasmissione di nozioni e di rudimenti di cultura. Discutere poi di superiorità maschile in campo professionale è altrettanto un’assurdità culturale, psicologica, sociale e, direi pure, neurofisiologica. Qualunque maschietto di oggi ha avuto una madre o una moglie e ciò che mi domando è se l’ha mai osservata nel difficile esercizio di governo della famiglia.

Chi di noi esponenti del presunto sesso forte è in grado di stirare il colletto di una camicia e nello stesso tempo cuocere una salsa sul fornello, seguire con un occhio un reality show sul televisore, commentarlo al telefono con un’amica e in contemporanea cogliere con chiarezza l’argomento di discussione del marito e del figlio nella stanza adiacente? Se noi maschietti portiamo a termine un compito fatto bene, per noi è una ragione di vanto. Il fatto è che, neurofisiologicamente, gli emisferi cerebrali di una donna, intesi come due computer seriali, sono collegati da un cavo, il corpo calloso, molto più grande nel cervello femminile che in quello maschile. Ciò vuol significare che il cervello femminile è in grado più di quello maschile di allineare i due emisferi, dando una capacità multitasking alla donna rispetto all’uomo.

Un luogo comune privo di fondamento

Qualcuno potrebbe obiettare che il cervello di una donna, giacché più piccolo è anche meno intelligente. È un luogo comune privo di fondamento: il cervello femminile è più piccolo solo perché dipende dalla struttura maschile più massiccia di quella femminile. Non solo, l’intelligenza non è relativa alla grandezza del cervello ma alla densità neurale, quindi, di che stiamo parlando? La verità è che questa presunta superiorità maschile è un “non sense”, frutto di credenze preconcette di un sistema di potere maschilista e assai poco incline a condividere i propri vantaggi. Il problema nasce a monte.

L’età in cui creiamo la nostra identità

(C.Holt)

Esiste un momento storico nella vita di ciascun essere umano che va dai due ai sei anni durante il quale creiamo la nostra identità. È il momento in cui i nostri genitori, i nostri nonni, gli insegnanti delle scuole materne, i maestri della prima elementare ci trasmettono i loro convincimenti e, in base alle informazioni ricevute, poiché provengono da fonti considerate autorevoli, i nostri cervelli creano modelli mentali, utilizzati come simulazioni virtuali di realtà per affrontare il mondo circostante. Sono modelli mentali che non rappresentano la realtà. Sono spazi protetti nei quali abbiamo riposto le abitudini, i comportamenti memorizzati, le reazioni emotive automatiche, ma anche le credenze limitate e limitanti, i blocchi psicologici, i pregiudizi che in qualche modo altri ci hanno trasmesso e non abbiamo più rimosso. Lì sono rimasti, ingabbiandoci in una visione di realtà falsa e illusoria.

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Idee precostituite come “Non ce la farò mai”, “Una donna non sarà mai in grado di lavorare come un uomo”, “Sono assenteiste, irresponsabili, non affiderei mai un posto di responsabilità a una donna”, sono modelli, non sono realtà. Tuttavia, se la pensiamo in questo modo che cosa succederà? Che continueremo a non farcela, a credere che una donna sia incapace di rendere come un uomo e via dicendo. Perché? Perché la realtà ci impedisce di avere idee diverse o perché i nostri modelli ce le impongono?

Proviamo a riflettere

Riflettete, amici che mi leggete, se volete cambiare i vostri modi di pensare e adeguarvi a una realtà meno condizionata e condizionante, che cosa dovete cambiare realtà o modelli? Modelli, naturalmente. Se cambiate realtà e lasciate integri i vostri modelli, accadrà ciò che è previsto dal vostro modello. Se tu, caro il mio lettore, hai sempre instaurato relazioni con donne che ti hanno fatto soffrire, a tuo parere, devi cambiare compagna o modello? Ma se cambi soltanto compagna, il tuo modello continuerà a farti incontrare donne che ti faranno soffrire. Forse è il caso che tu cambi l’abitudine di essere come sei. Nessuno può cambiare la realtà se prima non cambia modello e non può farlo nessun altro se non ciascuno di noi per sé stesso.

Ecco perché l’invito alle pari opportunità in campo professionale è oggi culturalmente un assurdo. Tuttavia, c’è un problema: i modelli non cambiano, mentre la realtà è sempre diversa. C’è una discordanza tra modelli e realtà e cambiare completamente i modelli è molto difficile perché ci portiamo dietro il concetto d’imprinting ed è qui che anche le donne, madri e nonne (ovviamente anche padri e nonni), devono prendersi la responsabilità nell’educazione dei propri figli di non inculcare informazioni preconcette del tipo: il compito delle donne è quello di sposarsi e mettere al mondo dei figli e quello degli uomini trovarsi un posto fisso per mantenere la propria famiglia. Sono modelli limitativi.

È importante invece che s’insegni ad amare: sé stessi, gli altri, il proprio lavoro, perché il dover lavorare con il sudore della fronte è sì un precetto biblico, ma è anch’esso un modello mentale che non rappresenta in alcun modo la realtà.

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