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11 settembre. Ce n’è anche un altro da non dimenticare

11 settembre - L'Unità
La prima pagina dell’Unità del 1973

Ci sono date che hanno segnato la storia dell’umanità. Marzo 2020 non lo dimenticheremo mai. Altre, a distanza di anni, si ripetono addirittura nello stesso giorno.

11 settembre 2001

Quando sentiamo la data “11 settembre” il primo collegamento che viene subito in mente è quello con il crollo delle torri gemelle di New York avvenuto nel 2001. Certamente un evento terribile che ancora fa venire la pelle d’oca quando riguardiamo i video che trasmisero in diretta la tragedia. «Attacco all’America e alla civiltà», titolava il Corriere della Sera il 12 settembre 2001 raccontando l’accaduto a seguito dei quattro attacchi suicidi coordinati e compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America da un gruppo di terroristi appartenenti all’organizzazione terroristica al Qaida.

Ma questa data si ricorda anche per un altro tragico evento: il colpo di stato cileno che si consumò in un solo giorno.

11 settembre 1973

Cominciò all’alba dell’11 settembre 1973 con i caccia che bombardavano il palazzo presidenziale della Moneda di Santiago e la marina che si ammutinava a Valparaiso. Poi l’assalto dei carri armati del generale Augusto Pinochet che terminò con l’uccisione di Salvatore Allende. Il presidente cileno, assediato dall’esercito guidato da Pinochet nel suo ufficio al palazzo della Moneda a Santiago, si toglie la vita, dopo aver parlato per un’ultima volta, via radio, ai connazionali pronunciando le celebri parole: «Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento».

Il bombardamento della Moneda, la fine tragica di Allende e l’entrata in scena del generale Augusto Pinochet aprono una fase storica drammatica per una parte della popolazione cilena: finiva nel sangue l’esperienza democratica di ‘Unidad popular’ che aveva portato le sinistre al governo in Cile, la democrazia aveva lasciato il posto al regime.

I 17 anni di dittatura sono segnati da una dura fase di repressione degli oppositori politici. Lo stadio di Santiago trasformato in un grande campo di concentramento al cui interno, per mesi, si susseguono torture e interrogatori violenti. Molte militanti vengono stuprate, tanti oppositori scompaiono nel nulla e non saranno mai più ritrovati: i cosiddetti desaparecidos.

Nel 1990 ritorna la libertà

Nel 1990, quando nel Paese tornerà la libertà e la democrazia, un’apposita commissione nazionale conterà ufficialmente oltre 40mila perseguitati del regime. Si calcolano circa 130mila persone arrestate dal regime soltanto nei suoi primi tre anni di vita. Numeri, questi, contestati ancora oggi dalle associazioni delle vittime e dalle organizzazioni dei diritti umani. Negli anni Duemila, poi, un dossier della Commissione Valech voluta dall’allora presidente della Repubblica, Ricardo Lagos, per far luce sulla prigionia politica e la violenza negli anni della dittatura militare, ha rivelato che tra i torturati dal regime ci sono stati anche bambini minori di 12 anni allontanati forzatamente dai loro genitori. Ad oggi ci sono ancora 600 corpi non identificati. Il team di antropologia forense argentina (EAAF) ha trovato già 1.500 salme. Resta da risolvere l’identità di circa 350 persone ancora viventi, che potrebbero trovarsi in qualsiasi angolo del mondo.

Sono passati 48 anni, ma anche questo 11 settembre non è da dimenticare.